venerdì 8 marzo 2019

LE PERSONE SONO COME LE INSALATE MISTE


"Caro il mio Francesco, come vedi ti scrivo e quando uno scrive deve avere un motivo, il mio è dirti che la tua Avvelenata in questi giorni l'ho consumata"
Sono incazzato. 
In questo periodo mi capita spesso di avere un'idea che a mio avviso sembra brillante e subito mi dico: innovazione, cazzo stavolta faccio il botto. Ma in men che non si dica mi ritrovo lo stesso pensiero spiattellato nella home page da qualcuno che evidentemente conta più di me.
La mia mente comincia ad andare in tilt e si catapulta in un crogiuolo di perché. "Evidentemente sto sbagliando qualcosa, non sono così innovativo come credo di essere" mi ripeto, e puntualmente mi scazzo.
Mi scazzo così a tal punto di voler mandare tutto all'aria. "Da domani torno a far da bere per dissetare", mi dico. "Basta creare per distruggerti, basta ispirarsi ai migliori, non voglio avere le stesse idee degli altri, non mi va più".
Il cuore si accelera, la salivazione sale e mi ritrovo sul divano con gli auricolari immerso in qualche meditazione trascendentale o qualche sciamanica fumigazione che mi riporti alla calma.
Passano quel paio di ore di follia in cui vorrei solo tirare bestemmie ai passanti e a chi ha già inventato tutto. Mi invento uno stato cattivo contro tutta la società social, sollazzandomi con l'idea che a tutti per un secondo possa interessare quello che dico io.
Spesso la frase ricorrente recita così: "Andate tutti affanculo".
Tre parole liberatorie, spensierate e riassuntive di tutto un marasma complicato di emozioni e controsensi che mi friggono il cervello mentre di notte il soffice cuscino conciato in Memory Foam si tramuta in Travertino.
"Sarà che anche qui, le quattro del mattino, l'angoscia e un po' di vino ed ora non ci posso fare niente se ora mi viene su il veleno"
Altra frase tipica è la seguente: "Ma chi me lo fa fare!"
Segue la risposta più retorica del Mondo: "Ma che cazzo ne so!"
Eppure, dopo aver imprecato contro tutti i Santi del Paradiso, Dante, Caronte, Virgilio, quella gran troia di Beatrice ecco che ci ricasco di nuovo fino alle ginocchia.
L'arte che si snoda tra le padelle e i calici rotti e pieni di perché è una tremenda condanna, una punizione eterna figlia della legge del Contrappasso (che ai giorni nostri si potrebbe tradurre in maniera molto più semplice con il detto: "L'hai voluta la bicicletta?! Mo pedala!).
Ve lo siete mai chiesti perché le persone più intelligenti del Mondo sono anche dei tremendi ubriaconi? Perché in qualche modo la mente si deve fermare, ci si deve sedare lussureggiando dei piaceri della vita alla quale abbiamo scelto di essere devoti. Chissà come sopravviverebbe un prete senza due Eucaristie al giorno.
Ci si deve sedare difronte alle sconfitte, alle scelte sbagliate, agli imprevisti. Probabilmente in questo momento sto scrivendo quello che tu, caro ristoratore, non hai mai avuto il coraggio di accettare: noi, piccole ingombranti formiche con un enorme peso sulle spalle. Eredi del Malgoverno e della nuova povertà. Tutti i giorni ci ricordano che siamo poveri: ma non poveri di Spirito.
E intanto noi sorridiamo. 
Inganniamo la giornata per la professione che siamo chiamati a svolgere facendo finta che vada tutto bene. Grandi attori di teatro della nostra vita e del nostro mestiere al pubblico. 
Puntualmente, poi, arriva il caro amico che ti dice: "Vai in fabbrica a vedere chi è che fatica davvero!"
Vieni tu caro amico a fare un po' la spugna come me.
Vieni, prendi il mio posto accanto a me e portati a casa ogni sera una carriola di merda sulle spalle, sommala a quella quotidiana e poi vediamo quanto vorrai tornare a saldare la tua lamiera.
Sommariamente possiamo dividere le persone in 3 categorie. "bravi artisti, furbacchioni e topi. Il topo parla solo di quanto lui sia puro e poi da via la madre per stare sul giornale ed è talmente puro che ti lancia merda soltanto per un titolo più largo. Ed io che il mio disprezzo me lo tengo dentro e il letamaio è colmo già pubblicamente ma quei presunti puri, mi possono baciare queste chiappe allegramente".
Non sto dicendo che le persone siano malvagie o nobili: penso che siano come le insalate miste tagliate e mescolate insieme con una vinaigrette di confusione e conflitto.
Un giorno non molto lontano però, andrà a finire che a questa insalata ci abbinerò un buon Chianti.










giovedì 21 febbraio 2019

UN PIATTO PIENO DI ..."MA"

Fino al 1997 non esistevano liberi pensatori legati al cibo. Il Mondo dei ristoranti si snodava in tre semplici categorie: vi erano clienti, guide certificate e ristoratori. Tutto a dir poco semplice, lineare e conciso.
Nessuno aveva l'ambizione né tanto meno la voglia di riportare i propri pareri gastronomici su un illibato foglio elettronico bianco, se non chi lo facesse di mestiere vero e proprio per sbarcarci il lunario.
Il cliente applicava semplicemente il libero arbitrio seguendo il più elementare dei diagrammi a blocchi: "Il ristorante mi è piaciuto? Tornerò presto, magari lo consiglierò a qualche amico".
Seconda opzione: "Il ristorante non mi è piaciuto? Non ci metterò più piede".
Non era ottemperata una terza decisione (perlomeno molto raramente) ovvero quella di esclamare pubblicamente..."Mi è piaciuto ma..."
Il "Ma", congiunzione coordinativa avversativa spesso utilizzata in contrapposizione al termine che lo precede il quale per lo più è espresso negativamente, racchiude in sé il giudizio intrinseco con il quale noi, nuovi pensatori di cibo e per il cibo, abbiamo deciso di intraprendere la strada del Giudicare Pubblicamente.
Nel "Ma" si cela il Tribunale dell'Inquisizione Gastronomica, che diede nascita ad una vera Forza di Polizia della Forchetta: competizioni di cibo, canali televisivi che parlano solo di cibo, cucine a vista e tanto, forse troppo, incommensurabile giudizio spiattellato alla mercé di furbacchioni e di idioti dal dito veloce.
Dal "Ma" noi food blogger nasciamo e nel "Ma" moriremo.

LA NASCITA DEI PRIMI "MA"

La paternità dei blog riguardanti il cibo se la contendono due nomi di cui avrete sicuramente sentito parlare: Sigrid Verbert de "Il cavoletto di Bruxelles"  nel Marzo 2005 e "Il forno" di Alberto Chinalli, di cui non riesco attualmente a trovarne traccia.
Poco dopo arriva il blog di ricette più blog che ci sia: è la volta di Giallo Zafferano, blog semplice, diretto, veloce ed essenziale, rivolto ad un pubblico di aspiranti cuochi da casa.

L'APPLICAZIONE DEL "MA" NEI SOCIAL

L'incredibile aumento della viralità di queste professioni vedono nei Social il più grande strumento di divulgazione: nascono i cosiddetti "influencer", persone influenti della comunità che riescono a dettare mode e a dettare i loro gusti; ma è l'alba anche per i"Gastro-reporter", dove io mi riconosco particolarmente: coloro che non mettono in mostra solamente le loro doti culinarie bensì investigano sugli effetti del cibo.

GLI HASHTAG: #FOODPORN


"Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma"
Ebbene si, il termine "Food porn" pare non sia stato coniato dopo l'avvento di Instagram, bensì molto prima.
Siamo nel lontano 1984 quando la critica femminista Rosalind Coward coniò per la prima volta questo termine nel suo libro "Desideri di una donna".
Rosalind per la prima volta parlò di Pornografia del cibo, riferendosi alla sensualità di un piatto cucinato in maniera estremamente impeccabile e quasi denunciando l'atto si sottomissione della donna come figura dedita alla cucina e al "fare l'amore".
Ma attenzione a non confondersi: si può parlare di Food Porn solo inerente ad un bel piatto sensuale che fa venire una gran fame. La maggior parte delle persone nei social, però, ne fa un errato uso: spesso per l'appunto il "Junk Food" (ovvero il cibo grasso, porco, spazzatura) viene scambiato per "porno" ma in realtà si tratta di una matrice gastronomica ben diversa.
Fate dunque attenzione!..Sempre che non vi piaccia essere "OUT".

foto di Jusuf Yaran

SENZA "SE" MA PIENO DI "MA": IL FOOD STORYTELLING

Da tutti quei "Ma" esclamati, sprecati, sussurati con un fil di voce, da tutte le nostre agendine piene di scritte e di appunti e dal foglio di un quaderno ad anelli scritto a matita su cui ho scritto lo scheletro di questo articolo, sempre ne escono piccole storie, e ogni qualvolta ce ne sia la possibilità, ve le stiamo qua a raccontare.
Storie che affondano le radici nei quaderni unti delle nonne, tra la ricetta segreta della Torta di Pasqua conservata come reliquia e quella del Torcolo.
Libretti vivi, scritti con una calligrafia quasi elementare ma che hanno vissuto il pregio di essere stati tramandati come reliquie e come spesso accade, ci dimentichiamo delle radici.
Quante volte, una sera davanti al camino, abbiamo sentito le nostre nonne enunciare la frase: "Quando ero piccola io la pastasciutta si mangiava così..."
Non abbiamo inventato nulla bensì stiamo traslando in 2.0 tutto quello che già prima esisteva.
Il "Food Storytelling" (ovvero raccontare storie sul cibo e con il cibo coinvolgendo emotivamente il cliente facendo leva sui sentimenti, sui ricordi e sui valori della persona interagente, raccontarsi ma anche emozionarsi) già lo conosciamo, solamente che non aveva un nome.
Tante volte ci siamo addormentati in braccio delle nostre più care signore da bambini, e tante volte la vestaglia di nonna odorava di cucinato. Tante volte la mise en place non era delle migliori, ma vuoi mettere la selezione delle cotolette fritte appena rientravi da scuola con la sigla di Dragon Ball?
Io questa la chiamo sinestesia.


mercoledì 6 febbraio 2019

LA SUGOFOBIA: I PIATTI SPORCHI DI SUGO

foto Emanuele Longo
L'essere umano per quanto considerato un essere perfetto è in realtà una macchina molle ricca di numerosi problemi. O meglio, anche se gli ingranaggi funzionano perfettamente, siamo in grado di automanometterci con una facilità disarmante.
Ognuno ha le sue fobie: c'è chi ha paura dei ragni e da qui nasce il nome di "aracnofobia"e c'è chi ha paura del cibo.
Lo spiega bene un'interessante articolo nella rubrica di Repubblica "Amica" dove pensavo avrei trovato finalmente un nome alla mia fobica riluttanza. E invece no. Non esiste. 
La "Sugofobia", non è classificabile tra le fobie conosciute.
Mi piace la parola: mi piace come suona ma non credo sia una vera e propria fobia, bensì un vero e proprio disgusto. A me più che paura, mi fa schifo.

Questo mio strano senso di disgusto credo risieda in quello che più generalmente è chiamata "Rupofobia", ovvero la paura dello sporco.
Chi soffre di Rupofobia, in Psicoanalisi, è classificato come una persona che non accetta le proprie mancanze, le proprie ombre. E' proprio con il rito della pulizia che l'affetto cerca di sbarazzarsi delle parti nascoste di sè, eliminandole (...dicono...) 
Ma nemmeno questa tecnica analisi riuscì a soddisfarmi quindi scavai più a fondo ricercando nelle parole dei grandi mistici una via luce nel buio.


Ci riuscì Darwin, ma anche un po' Freud, secondo i quali il disgusto sia una forma di difesa per mettere in guardia gli altri da un eventuale imminente pericolo di morte.
E così ritorniamo animali generando una serie di "boccacce" e "sdegno" avvalendoci della mimica facciale per avvertire il branco intorno a noi che non deve nemmeno avvicinarsi a quella cosa, altrimenti morirà.
Della teoria Darwiniana mi colpì in particolare una frase che diceva: il disgusto è frutto della socializzazione e dell'evoluzione.
Bingo!
In effetti se ci ragiono è così: credo che il mio senso di schifo per i piatti sporchi di sugo ebbe origine in tenera età durante i pranzi domenicali, quando i commensali erano molti e le nonne riempivano le orrende tinozze delle cucine rustiche al primo piano lasciando i piatti sporchi a navigare in un orrendo intruglio fatto più di avanzi e tagliatelle che di acqua corrente.
Immancabile era la spugna imbevuta che galleggiava tra i pezzi di ragù in superficie come una zattera inerme in mezzo ad un mare di cadaveri dopo un naufragio (Metafora di disgusto politico ben riuscita).
Anche le nostre nonne, come Salvini, erano parsimoniose in quanto ad acque navigabili quindi i piatti si insaponavano rigorosamente prima con l'acqua che oramai era sanguinolenta e unta come quella delle Tonnare.
Ma oggi ad alimentare ancora di più la mia voglia di vomitare ci sono gli aspiranti "social foodblogger" con le loro disgustose fotografie alle paste fatte in casa della Domenica, condite e rimestate dentro i tegami di Magamagò, doverosi di farci partecipi dei loro avanzi o delle cotolette precotte.
Sono i cugini di quelli dell'articolo precedente, che scrivono "si sboccia" nei commenti mentre sciabolano Il Prosecco di Nonna Papera.
Son quelli che fanno l'amore per noia di De Andrè, e non lo scelgono per professione ma nemmeno per passione.
Son i benpostanti che fotografano per Facebook, Twitter, Instagram (come se qualcuno glielo chiedesse per giunta) le loro orrende paste al pomodoro servite nei piatti di Maiolica a fiori blu sporchi di sugo fino al bordo.
Per non parlare delle tovaglie a trame improbabili e delle cucine alla Dario Argento: "coocking time" al Mattatoio.
Ero più ordinato io quando a 7 anni facevo le torte di lombrichi e terriccio e le spacciavo per Sacher.
Ora basta, sto per vomitare. 




mercoledì 23 gennaio 2019

LO CHAMPAGNE NON DEVE FARE RUMORE

E' una lezione che appresi bene quando mi trovai complice dello scoppio di un tappo di sughero sul tetto appena tinteggiato di un Hotel 5 Stelle di Ibiza.
Più che una complicità quella volta fu una congiura, lasciatemelo dire: una barbara congiura che diede manforte ad una losca lobby che mi temeva professionalmente.
Era il giorno del primo evento ufficiale quando, i furbi, pensarono di servire "Perrier Juet" in una torrida giornata a 40°, senza nemmeno raffreddarlo in precedenza, ma semplicemente adagiandolo su delle glacette piene di ghiaccio.
Il culo, perdonatemi il Francesismo, volle che ad afferrare la bottiglia più convulsionata di tutte, ci fossi io.
E dopo aver allentato la "muselette"(gabbietta salvatappo per i più erpici) il tappo partì come un razzo incastonandosi sul soffitto di cartongesso ancora tenero.
Prontamente il Bar Manager mi congelò con lo sguardo e il mio cervello si mise in modalità Spagnolo traducendo la seguente frase: "Avresti potuto congelare le bottiglie in precedenza, invece che me..Capra!"
Ma non pronunciai una parola: a volte bisogna accettare le sconfitte del destino.
Da allora, non oso più far saltare nemmeno il tappo del Prosecco della Coop: figuriamoci se mi metto a sciabolare Champagne.

photo by Thomas delsaut

"CHAMPAGNE: NELLA VITTORIA UN MERITO, NELLA SCONFITTA UNA NECESSITA' "
(Napoleone Bonaparte)

Recita così una delle più celebri frasi di Napoleone Bonaparte sullo Champagne, il vino spumante per eccellenza ottenuto da Metodo Champenoise (o metodo Classico) utilizzando il nome della regione di provenienza per dare un valore prettamente autoctono al prodotto.
Le uve impiegate nella realizzazione sono principalmente tre: Pinot Noire, Chardonnay e Pinot Meunier.
Considerata la regione più a nord per produrre vino di Alta Qualità, vanta un clima mite che però conserva un'acidità molto elevata all'acino permettendo una seconda fermentazione in bottiglia.
L'altra caratteristica di base della zona è l'elevata presenza di gesso nel sottosuolo che conferisce al prodotto sapidità, mineralità ed eleganza.


PERCHE' SI SCIABOLA?

Napoleone in efffetti non era solamente un ottimo generale bensì un ottimo precursore delle strategie di marketing e si racconta che lo stesso vantasse il titolo di "Sabreur", ovvero sciabolatore.
Gli "Ussari" ovvero i soldati, erano soliti festeggiare le vittorie in battaglia aprendo bottiglie con la stessa sciabola con cui combattevano.
A volte anche prima degli scontri veniva praticato questo rito per benedire l'arma e dare un pizzico di incoscienza al soldato che veniva spedito a morire.

Ma eccoci qua dinanzi al fulcro del nostro articolo che si avvale sia di esempi goliardici ma anche di chimica per avvalorare la tesi del "NON SCIABOLARE LO CHAMPAGNE"

"SCIABOLARE E'VIOLENZA"

photo by Chris


Oltre che trovarlo a mio avviso un gesto di estrema "sboroneria" e poca eleganza che sottolinea ormai nel nostro secolo il mettere in mostra una considerevole possibilità economica è più che altro una violazione alla natura del prodotto.
Il vino infatti soffre di ogni variazione di stato molto repentina: temperatura, luce, movimento.
Pertanto quando si apre una bollicina è ideale farlo disperdendo il meno possibile la quantità di anidride carbonica poiché sempre pur si parla di fermentazione.

Tralasciando la parte tecnica mi sento svenire difronte alle povere bottiglie decapitate, malmenate e andate in frantumi. Giustiziate come la ghigliottina quando la saldatura non parte dopo il primo colpo secco.
Ultima cafoneria mediatica è il video del titolare di un noto ristorante stellato di San Francisco che fece scoppiare in mille pezzi una "Nabucodonosor" da 15 litri lavando il pavimento con 2.000 euro dopo aver colpito la preziosa bottiglia come mia nonna colpiva i topi in cantina con la scopa.

Caro, tu sei quello che i Francesi chiamano... Les encompetent.



sabato 22 dicembre 2018

UNA SORPRESA CHE NASCOSE UN'ALTRA SORPRESA: A PRANZO DA MAURO ULIASSI


Quel giorno il Sole splendeva come non mai alla Banchina di Levante di Senigallia. Io e "Mamma Elvira" facemmo di tutto per far felice Laura nel giorno del suo compleanno e, a dirla tutta, benché non fossi nato quel giorno, fu un regalo pure per me.
Elvira è una donna sapiente: nulla lascia al caso. L'involucro di questo dono "enogastronomico" poteva apparire agli occhi della gente come un semplice (e che dir si voglia) pranzo di lusso, ma dentro quella scatola immaginaria si celava un regalo più sottile, pacato, azzardato e provocatorio: Elvira ci regalò l' ISPIRAZIONE.
Innescò egregiamente l'ingranaggio e la spinta verso qualcosa di più complesso, quella sorta di continua lotta e ricerca di cui tutti gli Chef hanno bisogno per "andare avanti", per immolare corpo e mente, giorno e notte, a quel duro mestiere che è chiamato "cuoco".
E la ricercò nel gusto di Laura, nella passione di un grande Fuoriclasse, e nel garbo pacato e mai scontato di un impeccabile team:


Benvenuti ad un 3 stelle Michelin: Benvenuti a casa da Catia e Mauro Uliassi.

Era da poco giunta la notizia della "Terza Stella" che avrebbe consacrato lo chef  Mauro Uliassi della più alta onoreficenza nel mondo della ristorazione e noi, non ne eravamo di certo al corrente: la meraviglia ci esplose negli occhi quando notammo lo striscione appeso all'ingresso del ristorante che inseriva "Uliassi" tra i 10 migliori ristoranti d'Italia.
Fu così che varcammo la soglia del locale pochi minuti prima dell'apertura ufficiale al pubblico: avevamo fame, ma sopratutto fame di sapere e di conoscere.

Il dlin-dlon del campanello segnò così l'inizio della nostra avventura sensoriale durata all'incirca 3 ore e mezza all'insegna di un menù "Classico" (si fa per dire) e di un "Lab 2018".

E'ovvio che la cucina "Uliassi" fondi le sue storiche radici ovviamente nel prodotto fresco di mare. Ma non mi piacerebbe definire Mauro solamente uno Chef Stellato di Mare, cosa oramai ben impressa nella mente di ogni critico e guida gastronomica.

A me piacerebbe definirlo più che altro uno Chef "tenero": la maestria più solenne che si evince dai piatti serviti a tavola non è da ricercarsi solo nella sapienza e nella accuratezza degli abbinamenti terra mare e nella scala delle consistenze, dei sapori e delle temperature ma (permettimi Mauro e correggimi se sbaglio) più che altro nelle radici, nella famiglia, nel Team e nel gruppo.

Lo studio, la semplicità nell'elaborazione del piatto in sé che viene servito al cliente con estrema grazia e tenerezza, quasi come fare la carezza ad un bambino, fanno di uno "Spaghetto affumicato con vongole e pendolini arrosto" il ricordo più bello scaturito da una pietanza dal gusto trionfale.

E' la rievocazione del ricordo tramite il gusto che fanno di uno chef un "Fuoriclasse", il "mi ritorna in mente" è la chiave di volta.
E fu così che la mia mente rese onore alle Domeniche passate sotto l'ombrellone da piccolo scandite da una spalmata di crema solare ed un castello di sabbia, mentre l'odore inconfondibile dell'Adriatico sollazzava l'appetito.
Qualche anno dopo fu il momento delle spiagge affollate, della gioiosa accoglienza della Riviera del Conero sorella della Romagna, e delle mie prime arie di libertà da Maggiorenne quando non c'era più il motto.. " a mezzanotte a casa!"...tutto questo dopo un "Rimini Fest".

"I signori gradiscono un caffè?"
"Con piacere, grazie" rispondemmo.
E che piacere! Aggiungo io.


Intorno alle Quattro il Sole già stava tramontando ma ci ritrovammo a contemplare i meravigliosi colori del Tramonto, consci che questo sia stato solo un "Arrivederci alla prossima lezione di Mare".

Grazie Mauro, 
ci vediamo ai prossimi ricordi.







martedì 4 dicembre 2018

"ALL U CAN EAT": PER ME E' NO!

Restando interconnessi agli articoli precedenti, anche oggi ci immergeremo in un altro tema culinario scottante nella mia "Saga verso Oriente".
Questa volta parleremo di "All u can eat"!






"All u can eat" detto anche AYCE è una modalità di vendita di distribuzione del cibo a commensali con le caratteristiche similari a quelle di un buffet che, traducendo letteralmente significa, come tutti saprete, "tutto quello che riesci a mangiare".

La moltitudine di ristoranti che hanno sposato questa formula è prettamente di stampo Japanese-Chinese style, facendosi largo tra le tavole calde Orientali d'Italia negli ultimi 10 anni del nostro secolo.

Vi siete mai chiesti il perché?

La risposta è semplice: vige la stessa regola di marketing dei prezzi ribassati a 0.99 centesimi nei prodotti in offerta.

Il cervello "scannerizza" le informazioni primarie captate dall'occhio umano quando legge un cartello con su stampato un prezzo, prediligendo le cifre di sintesi che vengono prima, ovvero lo Zero è meno di uno, anche se manca solo un misero centesimo per raggiungerlo. Questa strategia influenza in maniera sensibile il nostro "portafogli psicologico", così che ai nostri occhi tutto ci sembrerà più conveniente e molto vantaggioso.

Cavalcare l'onda della storia della crisi

Purtroppo la crisi economica che stiamo vivendo negli ultimi anni (o che ci vogliono far credere)
ha permesso ad investitori stranieri di aprire con molta facilità catene di ristoranti che "illudono" di sfamarci a "quattro soldi", facendo leva su uno dei principali fabbisogni primari di ogni uomo: il cibo.
Antropologicamente è stata sempre la fame che ha spinto l'uomo ad evolversi.
La ricerca di cibo ha fatto si che intere tribù e popolazioni si spostassero da una terra all'altra; per non parlare della scoperta del fuoco, delle terre paludose bonificate e del bisogno di vivere vicino all'acqua. Queste evoluzioni primordiali nell'arco dei millenni ci hanno permesso di fare dei passi avanti, ma ahimè al giorno d'oggi l'evoluzione si sta trasformando in involuzione.

Involuzione..perché?

Parlo di involuzione commerciale cari lettori, un'involuzione che ci riguarda tutti poiché non si predilige più il "giusto che vale" bensì il "tanto", il "molto" di scarsa qualità.

Spesso non ci si interroga sulla provenienza del piatto che si sta consumando: dietro una pietanza vi è pur sempre una storia, un tempo speso per elaborarla, delle vite che si incrociano e delle idee che spesso non vengono retribuite col giusto riconoscimento dovuto.
Insomma, così facendo stiamo, di giorno in giorno, mandando a fottere letteralmente il Made in Italy e le piccole aziende, patrimoni della nostra cultura e gioielli dell'artigianato.

Veniamo a noi quindi..
Quali sono i segreti degli "All u can eat"? 

Ragioniamo insieme:

Il segreto risiede nella velocità di servizio e nell'eccesso di riso o carboidrati vari



Ci avete mai fatto caso? Sedendovi in un ristorante "mangia fin che puoi" verrete prontamente assaliti dal personale di sala (che non manca mai anzi è quasi sempre in esubero) che vi porgerà del menù con accanto delle cifre di riferimento.
Ed eccoci qua che si inizia ad appuntare sul nostro smartphone tutta la lista infinita di numeri del Lotto che giocherete contro il vostro stomaco.
"Volele Oldinale?"
"Si guardi, per me un 23, 34, 45, 2, 44, 293, 1394......TOMBOLA"
E per magia, non si sa come, in 5 minuti  il tavolo è pieno di Maki misto, Uramaki, Ebiten, Nigiri e che dir si voglia.
Ma se state attenti noterete che i vostri roll sono ECCESSIVAMENTE ricolmi di riso per far si che la indecente quantità di amido vi sazi in "men che non si dica".

Attenzione alle salse!



Aggiungi didascalia

A volte capita spesso, soprattutto nelle tartare di pesce crudo svendute a pochi spiccioli, che quest'ultime vengano servite immerse nella salsa di soia che, grazie al suo potere deciso è in grado di coprire e/o camuffare la freschezza del prodotto.
Stessa cosa vale per le "salse Teriaki" o le "salse rosa o argodolci".

Vorrei rimembrare inoltre che la cucina giapponese basa le sue radici su una tradizione salutare e che sia di aiuto allo spirito per potersi esprimere al meglio: che vi sia chiaro e stampato in fronte che non state per nulla nutrendovi con del cibo giapponese anche se tra le dita stringete due bacchette.

Le bevande non sono mai incluse nel prezzo

Se siete dei bongustai e vi piace mangiare abbinando anche del vino non uscirete mai spendendo i fantomatici 18.90 Euro a prezzo fisso, bensì raggiungerete di certo i 25 euro a testa.
Un consiglio: sicuramente nella vostra città ci sarà un Ristorante (Giapponese e non) che vi potrà dignitosamente sfamare con dieci euro in più non somministrandovi pesce e pietanze importate e, perchè no, pure RICICLATE come il famoso "pasticcio degli alberghi".

Vi ricordate quando da piccoli andavate in vacanza con i genitori e per pranzo al buffet c'era il purè di patate e la sera una bella tortina gratin?
Perché il gratin era fatto con le patate avanzate dal pranzo!



"Il cibo a basso prezzo è un illusione, non esiste. Il vero costo del cibo alla fine viene pagato da qualche parte. E se non lo paghiamo alla cassa o lo paga l'ambiente o lo paga la nostra salute"



Queste le parole di Micheal Pollan illustre giornalista americano e scrittore del "Dilemma dell'Onnivoro",ricordandovi inoltre, che non esistono solo "Oriental formula", bensì "Steakhouse" ma anche "Pastahouse" che adottano questo tipo di servizio.

Mi scuso in anticipo se ho spezzato qualche cuore ma volevo comunque ricordarvi che Babbo Natale non esiste, tanto che ci siamo...




martedì 20 novembre 2018

YUME RAMEN: UN RISTORANTE DI SOGNI E PER I SOGNI


Nella magnifica cornice del centro storico di Rimini nasce Yume Ramen Bar, luogo "di sogni" e per i sogni.
Non capita proprio spesso di imbattersi in un bar così concettuale, dove il messaggio è chiaro, accattivante e allo stesso tempo incredibilmente romantico.

Qual'è il tuo sogno?



L'obiettivo che i titolari cercano di far raggiungere ai loro avventori è proprio quello di spingerli a  capire qual'è il loro desiderio più nascosto, più giusto per loro.
E per farlo si avvalgono dell'aiuto del Ramen, piatto tipico giapponese ma di origine cinese.
Si dice che il Ramen sia il cibo dell'anima: una zuppa di brodo caldo in cui in esso è nascosto il segreto dell' Umami.

Vietato risparmiarsi! Siate ritualistici ma non dimenticatevi di tornate bambini. Col Ramen si può giocare a tavola.
Dopo aver accantonato i canoni del Galateo Occidentale, ricordatevi di "succhiare", solo così potrete raggiungere il Quinto Sapore, il saporito.
Assaporate il brodo e lasciatevi avvolgere da un abbraccio affettuoso e materno, poiché è nel latte primordiale che almeno ognuno di noi una volta assaggiò l'Umami. 
Portate l'attenzione ai dettagli e al rito che state inconsciamente per svolgere: spogliatevi dai vestiti superflui e dai pensieri pesanti: il locale ne dà la possibilità.

Le ciotole fumanti portano in alto i pensieri e li elevano alla spiritualità più semplice, permettendo ai clienti di scegliere se condividere il loro sogno "ai posteri" donandolo alla parete dedicata insieme a quelli di gente sconosciuta che esprime desideri.
I sogni degli altri si sbirciano, ed insieme ci si aggrappa alla speranza.
Mi commossi leggendo frasi del tipo "sogno di guarire", "io voglio che mio figlio non soffra" e questo permette di percepire non solo la riuscitissima scelta di marketing dei sognanti titolari, ma soprattutto la loro bontà, l'affetto e l'animo puro con cui l'idea è stata portata alla realizzazione.

Pure il convivio e la mensa è comunitaria: ci si siede dove c'è posto e non si accettano prenotazioni.
Anche questo è uno stimolo in più per affidarsi al caso, al potente richiamo di un caos così ordinato e attraente che riserva piacevoli sorprese e conoscenze (a me è successo).

"E' buono?" ....Fu così che conobbi Serenella, personaggio non a caso, che mi regalò un origami di una gru della pace, in ricordo della storia di Sadako Sasaki,bambina di Hiroshima che perse la vita all'età di 12 anni in seguito ad una leucemia fulminante provocata dalla bomba atomica. Mentre stava in ospedale le venne raccontata un'antica leggenda giapponese che recitava così: "a chi avrebbe piegato mille gru di carta ogni desiderio verrà esaudito".
Sasaki ne piegò oltre mille e più prima di morire.
"Io scriverò pace sulle tue ali e tu volerai in tutto il mondo"

Allo Yume Ramen non si può entrare semplicemente perché si ha bisogno di mangiare: si deve essere spinti da una fame differente: una fame ludica e mistica che porta a credere nell'esperienza che si sta per ricevere allineandosi con le giuste energie del posto.

Lascio Yume Ramen con la voglia di tornare a peregrinare in questo tempio del Gusto, credendo nella Predestinazione.
Conobbi Yume Ramen prima ancora della sua apertura, in Estate, durante quella che sembrava una normale notte di lavoro ad Ibiza, la mia isola di sogni.
Ma non per questo non ne ho altri da desiderare: che il mio sogno possa essere d'aiuto ad altre persone come a me son serviti i loro.
Grazie Cristina e grazie a tutto lo staff di Yume.
Simone Fusion in arte Tagliatella Tonic.