sabato 27 maggio 2017

QUANDO ARRIVA IL MOMENTO DEL CONTO


Credo che per qualsiasi persona esperta nel settore e abituata a lavorare dietro un bancone, l'atto di pagare il conto sia un momento catartico e di estremo orgoglio personale.
 Avviene tutto là, quando riproponi la stessa, solita, emblematica e fantomatica domanda al cliente: "Ragazzi, tutto bene? Com'è andata?"
E' li che fai il resoconto della situazione ed è proprio in quel preciso istante che si tirano le somme, vagliando tutte le variabili possibili ed immaginabili. Da una parte, guardi con la coda dell'occhio se i bicchieri sono vuoti, dall'altra noti se emergono  possibili sorrisi e sguardi compiaciuti durante il convivio.
Magari, con l'accortezza della discrezione, si cerca di percepire un commento, una mimica facciale,un possibile dissenso verbale o tutt'altro, perché no un complimento.
E te ne stai là, con gli occhi fissi sulla prossima comanda che hai già rumicato interiormente con lo sguardo, attendendo la risposta del corpo all'impulso sinaptico in attesa di far muovere le braccia, sorridere, afferrare la bottiglia e ruotare gli occhi come un camaleonte statico che non cambia mai colore di sè durante il servizio.
Il cliente allora, mettendo mano al portafogli e alla tasca dei pantaloni, si compiace soddisfatto di pagarti il conto recitando la sentenza definitiva: "Tutto bene, grazie!" E' proprio in questo preciso istante che si innesca uno scambio di reciproci servizi soddisfacenti: nel momento esatto che la banconota sta per passare dalle sue dita alle tue mani, si creerà una sinergia così forte da preparare entrambi a ricevere o a lasciare un pezzo di voi per sempre.

Vi sentirete compiaciuti e soddisfatti di quei gesti di accortezza e di buon servizio svolti, mi voglio sempre augurare, nel migliore dei modi. 
Ancora meglio se il cliente non fatica nel lasciarvi i propri danari: capita spesso di percepire un'energia retrattile che lo fa avvinghiare alla banconota figlia del Dio Danaro. Ed è qui che va sempre considerato che, quello che voi percepite come un banale pezzo di carta stampata, per qualcuno è il frutto del guadagno di una settimana di lavoro passata a spezzarsi la schiena su una pressa o chissà dove.
E'per questo che odio i locali che illudono miseramente i propri clienti, che si beffano della scarsa cultura nel Mondo del bere, quando invece potrebbero impiegare il proprio tempo ad educare e a creare un esercito di temibili ed acculturati rompicoglioni, che non saranno mai più facilmente soddisfatti se non di quello che berranno al vostro cospetto. E'un processo che richiede tempo e dedizione ma che alla fine vi farà passare alla storia.
Altre volte invece capita di sentirsi dire... "Era buono, ma quanto sei caro!"
E voi allora risponderete in tutta la vostra maestosa supremazia sfoggiando le più temibili arti paracule di eloquenza: "Sono caro perché sono prezioso".
"E sai perché sono prezioso? Sono prezioso perché te ne stai andando con un ricordo in pancia e con un pò di me, cosa che non mi verrà mai retribuita giustamente per quanto essa vale.
"Sono prezioso perché credo in ciò che faccio ma anche perché fingo che vada tutto bene anche quando muoio dentro e non lo do a vedere.
Sono prezioso perché non ti nego mai un sorriso anche quando avrei voglia di starmene solamente col mio cane o con i miei pensieri, ma son qua, per te, pronto a sentire la tua barbosa storiella da quattro soldi di cui, francamente non me ne interessa un fico secco.
Ma non te lo faccio pesare anzi, il più delle volte, divento triste, e condivido con te un bicchiere, mentre di cotanta tristezza io ne faccio tesoro. Un po' come se in quel momento fossi tua madre, tuo padre, tuo fratello maggiore, il tuo migliore amico o il tuo Dio al quale rivolgi i tanti perché...ma infondo sono solo un Barman".

Il locale sta per chiudere. E' passata la Mezzanotte da circa un'ora e sei stanco di recitare. Il sipario cala come tutte le sere: una lucidata al bancone e a seguire una "botta di scopa e straccio".
Torni a casa, ti guardi allo specchio e ti accorgi di aver ancora su la maschera da "buon samaritano". Ora non puoi più fingere, finalmente te la puoi togliere.
Allora tiri con forza la linguetta laterale del tuo viso per cercare di oscurare quel sorriso isterico fatto di "amori" e "tesori" detti troppo a lungo anche stasera. Ma non ci riesci.
La paralisi labiale che hai indossato per così tanto tempo, unita al massacro psicofisico di storie più o meno toccanti, ha scatenato in te anche un terribile male allo stomaco; prima di iniziare il turno non avevi quest' apprensione viscerale.
 Allora pensi: "Sarà la divisa, l'abito di scena mi stringe un po' !"
 Ma come sgrani i bottoni e tenti di strapparti di dosso pure la casacca, nemmeno questa si toglie.
All'inizio ti spaventi: tutto sembra incollato così bene alla pelle che non puoi fare altro che lasciarti trasportare dal volere degli eventi creati dal tuo stesso destino. La verità è che non puoi togliere nessun costume di scena e nessuna maschera, perché fingere non ti viene bene. Tu sei così, e non puoi fare altro che accettare il tuo mal di stomaco notturno e la bocca che tira ai lati per aver donato troppo riso gratuito anche stasera.
Le giornate scorrono veloci: passano i giorni, i mesi e gli anni. E tutte le sere, quando ti ritirerai stremato nelle tue stanze, ti coricherai indossando ancora quelle vesti sporche, ma preziose.
Una mattina però, quando meno te l aspetti, ti guarderai con più attentamente allo specchio, e stavolta comincerai tu a formulare le domande di rito al tuo "IO":
"Come va? Tutto bene?" "Stai bene?"
Nessuno specchio ti pagherà il conto, nessun "io" ti risarcirà... se non la vita stessa. Sarà li che potrai fatturare l'ammontare di tutte le notti insonni, delle lacrime e dei sacrifici fatti per aver creduto fermamente a quello che era il tuo sogno e non aver mai gettato la spugna.
Ed ora brinda a te per aver accettato le sconfitte, i cambiamenti imposti, la crisi e l'involuzione del pensiero umano.
Brinda per non aver più paura di vivere e di cambiare.
Spaventati quando ti accorgerai di essere un uomo e di essere maturo ed incazzato. Accontentarsi non è mai stato il tuo motto e quando un giorno lo farai, forse è perché sarai clinicamente morto.

Questo è il gioco del portafogli e dell'ambizione, dei sogni a cui tanto credevi e che si stanno per avverare, dell'emergere finalmente dal fango in cui eri abituato a vivere poiché quello era lo stagno in cui "mamma rospo" ti aveva partorito assieme alle altre sue amiche. Si, pure le amiche rospe si mettono d'accordo per figliare...
Ma in quello stagno tu non ci stavi così bene. Il sasso sul quale gracchiavi tutti il giorno non ti bastava, non ti rendeva libero di essere il principe che dentro realmente eri.
E quando arrivò quel bacio, lo stagno magicamente si trasformò e divenne un'isola dalle spiagge bianche e dorate dove la sabbia è una sorella, ed il mare il tuo conforto.
Dove non pensi alla morte ma solo alla vita, dove tenterai realmente di raccogliere i pezzi del destino e metterli insieme per tornare a vincere ancora.
Dove ti emozionerai ripensando alla "casa-lavoro" che hai costruito con tanta dedizione e fatica: una casa in cui regna la creatività e la bellezza, dove il giudizio cattivo è mal accetto, ma dove l'amore in ogni sua PREZIOSA forma è sempre il benvenuto.
Anche in mia assenza quella sarà la vostra casa e il vostro rifugio se ne avrete bisogno. Sono certo che continuerete, dunque, a celebrare il concetto di LIBERTA' che si cela dietro quelle strette e preziose mura piene di sentimento.
Siate felici per me, non invidiatemi.

Hasta lluego cari amori di mille Martini...
Ci vediamo presto.
Grazie di tutto.
Vostro, ma soprattutto mio... Simone,

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