martedì 28 novembre 2017

UNA STORIA SBAGLIATA


L’odore dell’amplesso si era annidato nell'abitacolo della macchina poco prima che facesse buio. Una tortuosa strada di campagna si arrampicava lungo la collina gettandosi a picco sulle onde argentate di un tramonto al solstizio di primavera. Quando si accorsero di essere già nudi, i corpi si tinsero del rosso degli ultimi raggi del sole. Reagendo d’ istinto alla vorticosa passione, la pelle si incatenò chimicamente distillando essenze d’amore che scivolavano audaci sui vetri fumosi.
Finirono per mangiarsi le labbra masticandosi vorticosamente le salivose lingue. In bocca, le note fumose e barricate di un tabacco poco umido, si mescolarono  all’erbaceo sapore di un chewing gum eccessivamente masticato ma che rilasciava ancora qualche nota balsamica di pino marittimo.
Sul petto colavano timide gocce di salmastra rugiada umana, che intrappolarono audacemente la fragranza agrumata di lime e le note floreali del gelsomino, rilasciate ad intermittenza costante dalla pelle calda e eccitata. I sedili intrappolarono  le sagome dei loro corpi sudati e  incastrati freneticamente, calcandone le scie biancastre sul tessuto nero.
Le mani intrise di liquidi corporei e di profumi confusi, rimasero violentemente unite fino a quando il sole non si tuffò completamente nelle onde, portandosi con sé fino all’ultimo gemito e affannoso respiro di un orgasmo sapientemente compiuto.
Restarono abbracciati a lungo, dissetandosi con le gocce di sudore posate sulle gote arrossite di entrambi, prima di scoppiare in una timida risata di appagamento che precede l’imbarazzo della consapevolezza della nudità, riproducendo la scena dell’ennesimo Peccato Originale consumatosi.
Si scambiarono dunque le ultime carezze con la promessa, forse vana chissà, di rivedersi ancora per compiere di nuovo quel magico atto animalesco e paradisiaco. Si rivestirono in fretta strecciando i vestiti attorcigliati e contaminati, mentre le loro anime affrante dal doversi dividere, imprecavano su una notte ancora giovane e su un cielo ancora quasi totalmente privo di stelle.
Guardò l’orologio per confermare a se stesso di essere palesemente in ritardo, anche se il calar della precoce tenebra  glielo aveva già comunicato. “Ho uno staff magnanimo, ho uno staff gentile e accomodante, ho uno staff comprensivo”, recitava a mente Chef per distogliersi dal senso di colpa che lo stava pervadendo dopo essersi reso conto di aver lasciato la cucina senza un capo direttivo.
Corse a più non posso lungo la strada, quasi dimenticandosi di respirare. Spalancò con foga animalesca la porta del ristorante raggiungendo con fare felino lo spogliatoio. A volte solo uno sgabuzzino può salvarci dalle malefatte: una stanza piccola e buia dove rimettere i nostri peccati di gola, avendo giusto il tempo di una sistemata volante che riporti la nostra sconvolta cera alla decenza.
Si tolse la maglietta sudata e con la carta asciugamani tamponò il ruscello di sudore che gli colava veloce sulla schiena. Diede una sciacquata al viso e infilò la casacca. Passò una mano tra i capelli arruffati e pessimi, coprendo il tutto con il candido cappello bianco. Sfilò i pantaloni e si accorse di non avere più gli slip. “Cazzo” mormorò tra sé e sé. Rimediò con un bel pantalone nero che fortunatamente era rimasto sul ripiano più basso, orfano di parte superiore. “Che gran colpo di fortuna”. Si coprì le trasparenze con la parannanza ed uscì dallo stanzino, ancor più bagnato di come era entrato ma fiero del suo restauro folle di tre minuti.


Ad attenderlo sul tagliere ancora illibato e candido, vi era riposta una splendida forma di formaggio francese, dai contorni decisi e perfetti. Prima di fare domande, la scrutò con stupore ed attenzione.
Forse di pasta pressata, poco stagionata. Forse un Comtè. Odore genuino e dolce: una gradita sorpresa di qualche fornitore che voleva accaparrarsi il mercato.
Continuò a non chiedere nulla. Afferrò il coltello tra le mani, e con ferma decisione infilò la punta ben affilata nel latticino, violandone la purezza ed i contorni. Accorgendosi della media durezza del prodotto, invigorì la spinta della lama al suo interno, recidendo la crosta e perforandone il cuore. Fece leva sul manico dell’arnese tagliente questa volta spingendo di lato, modificandone la struttura e dividendo le due parti che fecero scoprirne il contenuto.
Procedendo in maniera chirurgica ne ricavò un boccone che spinse prontamente tra la bocca e il naso, utilizzando l’olfatto per sincerarsi delle caratteristiche e della provenienza.
Quando la parte superiore delle falangi venne per prima a contatto con le narici, la sua mente stupefatta fu pervasa da un terribile senso di colpa. Il mento proteso verso il petto per accogliere il piacere del nutrimento, si scostò con un movimento brusco quasi improvviso, costringendo il capo a riprendere una posizione eretta.
Riportò le dita al naso e le annusò con maggior attenzione. Scoprì allora che stavano nascondendo un grave e meraviglioso segreto: la frenesia e la paura del ritardo avevano giocato un brutto scherzo tant’è che le sue mani erano ancora sudicie e intrise di sesso.
Ma ora, quella che poteva essere una grave dimenticanza, si stava rivelando un meraviglioso collasso sensoriale. Mentre stringeva quel piccolo boccone di formaggio tra le dita, gli parve quasi di iniettarvi energia calda, salina ed avvolgente che si nasconde dentro ad un amplesso. In quel momento si sentì così fiero di non averlo fatto che non poté far altro che accettare quel meraviglioso peccato, leccandosi le dita intrise di seme, e godere dei riflessi gustativi che scaturivano dal connubio con quel meraviglioso formaggio francese.

Reclamò a sé un Gin Tonic condito con qualche goccia di Angostura, e continuò a fare l’amore col formaggio, non curandosi del Mondo che gli scorreva accanto e cullandosi tra le onde sconfinate del sentimento egoista di un sogno di mezza estate.

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