sabato 22 dicembre 2018

UNA SORPRESA CHE NASCOSE UN'ALTRA SORPRESA: A PRANZO DA MAURO ULIASSI


Quel giorno il Sole splendeva come non mai alla Banchina di Levante di Senigallia. Io e "Mamma Elvira" facemmo di tutto per far felice Laura nel giorno del suo compleanno e, a dirla tutta, benché non fossi nato quel giorno, fu un regalo pure per me.
Elvira è una donna sapiente: nulla lascia al caso. L'involucro di questo dono "enogastronomico" poteva apparire agli occhi della gente come un semplice (e che dir si voglia) pranzo di lusso, ma dentro quella scatola immaginaria si celava un regalo più sottile, pacato, azzardato e provocatorio: Elvira ci regalò l' ISPIRAZIONE.
Innescò egregiamente l'ingranaggio e la spinta verso qualcosa di più complesso, quella sorta di continua lotta e ricerca di cui tutti gli Chef hanno bisogno per "andare avanti", per immolare corpo e mente, giorno e notte, a quel duro mestiere che è chiamato "cuoco".
E la ricercò nel gusto di Laura, nella passione di un grande Fuoriclasse, e nel garbo pacato e mai scontato di un impeccabile team:


Benvenuti ad un 3 stelle Michelin: Benvenuti a casa da Catia e Mauro Uliassi.

Era da poco giunta la notizia della "Terza Stella" che avrebbe consacrato lo chef  Mauro Uliassi della più alta onoreficenza nel mondo della ristorazione e noi, non ne eravamo di certo al corrente: la meraviglia ci esplose negli occhi quando notammo lo striscione appeso all'ingresso del ristorante che inseriva "Uliassi" tra i 10 migliori ristoranti d'Italia.
Fu così che varcammo la soglia del locale pochi minuti prima dell'apertura ufficiale al pubblico: avevamo fame, ma sopratutto fame di sapere e di conoscere.

Il dlin-dlon del campanello segnò così l'inizio della nostra avventura sensoriale durata all'incirca 3 ore e mezza all'insegna di un menù "Classico" (si fa per dire) e di un "Lab 2018".

E'ovvio che la cucina "Uliassi" fondi le sue storiche radici ovviamente nel prodotto fresco di mare. Ma non mi piacerebbe definire Mauro solamente uno Chef Stellato di Mare, cosa oramai ben impressa nella mente di ogni critico e guida gastronomica.

A me piacerebbe definirlo più che altro uno Chef "tenero": la maestria più solenne che si evince dai piatti serviti a tavola non è da ricercarsi solo nella sapienza e nella accuratezza degli abbinamenti terra mare e nella scala delle consistenze, dei sapori e delle temperature ma (permettimi Mauro e correggimi se sbaglio) più che altro nelle radici, nella famiglia, nel Team e nel gruppo.

Lo studio, la semplicità nell'elaborazione del piatto in sé che viene servito al cliente con estrema grazia e tenerezza, quasi come fare la carezza ad un bambino, fanno di uno "Spaghetto affumicato con vongole e pendolini arrosto" il ricordo più bello scaturito da una pietanza dal gusto trionfale.

E' la rievocazione del ricordo tramite il gusto che fanno di uno chef un "Fuoriclasse", il "mi ritorna in mente" è la chiave di volta.
E fu così che la mia mente rese onore alle Domeniche passate sotto l'ombrellone da piccolo scandite da una spalmata di crema solare ed un castello di sabbia, mentre l'odore inconfondibile dell'Adriatico sollazzava l'appetito.
Qualche anno dopo fu il momento delle spiagge affollate, della gioiosa accoglienza della Riviera del Conero sorella della Romagna, e delle mie prime arie di libertà da Maggiorenne quando non c'era più il motto.. " a mezzanotte a casa!"...tutto questo dopo un "Rimini Fest".

"I signori gradiscono un caffè?"
"Con piacere, grazie" rispondemmo.
E che piacere! Aggiungo io.


Intorno alle Quattro il Sole già stava tramontando ma ci ritrovammo a contemplare i meravigliosi colori del Tramonto, consci che questo sia stato solo un "Arrivederci alla prossima lezione di Mare".

Grazie Mauro, 
ci vediamo ai prossimi ricordi.







martedì 4 dicembre 2018

"ALL U CAN EAT": PER ME E' NO!

Restando interconnessi agli articoli precedenti, anche oggi ci immergeremo in un altro tema culinario scottante nella mia "Saga verso Oriente".
Questa volta parleremo di "All u can eat"!






"All u can eat" detto anche AYCE è una modalità di vendita di distribuzione del cibo a commensali con le caratteristiche similari a quelle di un buffet che, traducendo letteralmente significa, come tutti saprete, "tutto quello che riesci a mangiare".

La moltitudine di ristoranti che hanno sposato questa formula è prettamente di stampo Japanese-Chinese style, facendosi largo tra le tavole calde Orientali d'Italia negli ultimi 10 anni del nostro secolo.

Vi siete mai chiesti il perché?

La risposta è semplice: vige la stessa regola di marketing dei prezzi ribassati a 0.99 centesimi nei prodotti in offerta.

Il cervello "scannerizza" le informazioni primarie captate dall'occhio umano quando legge un cartello con su stampato un prezzo, prediligendo le cifre di sintesi che vengono prima, ovvero lo Zero è meno di uno, anche se manca solo un misero centesimo per raggiungerlo. Questa strategia influenza in maniera sensibile il nostro "portafogli psicologico", così che ai nostri occhi tutto ci sembrerà più conveniente e molto vantaggioso.

Cavalcare l'onda della storia della crisi

Purtroppo la crisi economica che stiamo vivendo negli ultimi anni (o che ci vogliono far credere)
ha permesso ad investitori stranieri di aprire con molta facilità catene di ristoranti che "illudono" di sfamarci a "quattro soldi", facendo leva su uno dei principali fabbisogni primari di ogni uomo: il cibo.
Antropologicamente è stata sempre la fame che ha spinto l'uomo ad evolversi.
La ricerca di cibo ha fatto si che intere tribù e popolazioni si spostassero da una terra all'altra; per non parlare della scoperta del fuoco, delle terre paludose bonificate e del bisogno di vivere vicino all'acqua. Queste evoluzioni primordiali nell'arco dei millenni ci hanno permesso di fare dei passi avanti, ma ahimè al giorno d'oggi l'evoluzione si sta trasformando in involuzione.

Involuzione..perché?

Parlo di involuzione commerciale cari lettori, un'involuzione che ci riguarda tutti poiché non si predilige più il "giusto che vale" bensì il "tanto", il "molto" di scarsa qualità.

Spesso non ci si interroga sulla provenienza del piatto che si sta consumando: dietro una pietanza vi è pur sempre una storia, un tempo speso per elaborarla, delle vite che si incrociano e delle idee che spesso non vengono retribuite col giusto riconoscimento dovuto.
Insomma, così facendo stiamo, di giorno in giorno, mandando a fottere letteralmente il Made in Italy e le piccole aziende, patrimoni della nostra cultura e gioielli dell'artigianato.

Veniamo a noi quindi..
Quali sono i segreti degli "All u can eat"? 

Ragioniamo insieme:

Il segreto risiede nella velocità di servizio e nell'eccesso di riso o carboidrati vari



Ci avete mai fatto caso? Sedendovi in un ristorante "mangia fin che puoi" verrete prontamente assaliti dal personale di sala (che non manca mai anzi è quasi sempre in esubero) che vi porgerà del menù con accanto delle cifre di riferimento.
Ed eccoci qua che si inizia ad appuntare sul nostro smartphone tutta la lista infinita di numeri del Lotto che giocherete contro il vostro stomaco.
"Volele Oldinale?"
"Si guardi, per me un 23, 34, 45, 2, 44, 293, 1394......TOMBOLA"
E per magia, non si sa come, in 5 minuti  il tavolo è pieno di Maki misto, Uramaki, Ebiten, Nigiri e che dir si voglia.
Ma se state attenti noterete che i vostri roll sono ECCESSIVAMENTE ricolmi di riso per far si che la indecente quantità di amido vi sazi in "men che non si dica".

Attenzione alle salse!



Aggiungi didascalia

A volte capita spesso, soprattutto nelle tartare di pesce crudo svendute a pochi spiccioli, che quest'ultime vengano servite immerse nella salsa di soia che, grazie al suo potere deciso è in grado di coprire e/o camuffare la freschezza del prodotto.
Stessa cosa vale per le "salse Teriaki" o le "salse rosa o argodolci".

Vorrei rimembrare inoltre che la cucina giapponese basa le sue radici su una tradizione salutare e che sia di aiuto allo spirito per potersi esprimere al meglio: che vi sia chiaro e stampato in fronte che non state per nulla nutrendovi con del cibo giapponese anche se tra le dita stringete due bacchette.

Le bevande non sono mai incluse nel prezzo

Se siete dei bongustai e vi piace mangiare abbinando anche del vino non uscirete mai spendendo i fantomatici 18.90 Euro a prezzo fisso, bensì raggiungerete di certo i 25 euro a testa.
Un consiglio: sicuramente nella vostra città ci sarà un Ristorante (Giapponese e non) che vi potrà dignitosamente sfamare con dieci euro in più non somministrandovi pesce e pietanze importate e, perchè no, pure RICICLATE come il famoso "pasticcio degli alberghi".

Vi ricordate quando da piccoli andavate in vacanza con i genitori e per pranzo al buffet c'era il purè di patate e la sera una bella tortina gratin?
Perché il gratin era fatto con le patate avanzate dal pranzo!



"Il cibo a basso prezzo è un illusione, non esiste. Il vero costo del cibo alla fine viene pagato da qualche parte. E se non lo paghiamo alla cassa o lo paga l'ambiente o lo paga la nostra salute"



Queste le parole di Micheal Pollan illustre giornalista americano e scrittore del "Dilemma dell'Onnivoro",ricordandovi inoltre, che non esistono solo "Oriental formula", bensì "Steakhouse" ma anche "Pastahouse" che adottano questo tipo di servizio.

Mi scuso in anticipo se ho spezzato qualche cuore ma volevo comunque ricordarvi che Babbo Natale non esiste, tanto che ci siamo...




martedì 20 novembre 2018

YUME RAMEN: UN RISTORANTE DI SOGNI E PER I SOGNI


Nella magnifica cornice del centro storico di Rimini nasce Yume Ramen Bar, luogo "di sogni" e per i sogni.
Non capita proprio spesso di imbattersi in un bar così concettuale, dove il messaggio è chiaro, accattivante e allo stesso tempo incredibilmente romantico.

Qual'è il tuo sogno?



L'obiettivo che i titolari cercano di far raggiungere ai loro avventori è proprio quello di spingerli a  capire qual'è il loro desiderio più nascosto, più giusto per loro.
E per farlo si avvalgono dell'aiuto del Ramen, piatto tipico giapponese ma di origine cinese.
Si dice che il Ramen sia il cibo dell'anima: una zuppa di brodo caldo in cui in esso è nascosto il segreto dell' Umami.

Vietato risparmiarsi! Siate ritualistici ma non dimenticatevi di tornate bambini. Col Ramen si può giocare a tavola.
Dopo aver accantonato i canoni del Galateo Occidentale, ricordatevi di "succhiare", solo così potrete raggiungere il Quinto Sapore, il saporito.
Assaporate il brodo e lasciatevi avvolgere da un abbraccio affettuoso e materno, poiché è nel latte primordiale che almeno ognuno di noi una volta assaggiò l'Umami. 
Portate l'attenzione ai dettagli e al rito che state inconsciamente per svolgere: spogliatevi dai vestiti superflui e dai pensieri pesanti: il locale ne dà la possibilità.

Le ciotole fumanti portano in alto i pensieri e li elevano alla spiritualità più semplice, permettendo ai clienti di scegliere se condividere il loro sogno "ai posteri" donandolo alla parete dedicata insieme a quelli di gente sconosciuta che esprime desideri.
I sogni degli altri si sbirciano, ed insieme ci si aggrappa alla speranza.
Mi commossi leggendo frasi del tipo "sogno di guarire", "io voglio che mio figlio non soffra" e questo permette di percepire non solo la riuscitissima scelta di marketing dei sognanti titolari, ma soprattutto la loro bontà, l'affetto e l'animo puro con cui l'idea è stata portata alla realizzazione.

Pure il convivio e la mensa è comunitaria: ci si siede dove c'è posto e non si accettano prenotazioni.
Anche questo è uno stimolo in più per affidarsi al caso, al potente richiamo di un caos così ordinato e attraente che riserva piacevoli sorprese e conoscenze (a me è successo).

"E' buono?" ....Fu così che conobbi Serenella, personaggio non a caso, che mi regalò un origami di una gru della pace, in ricordo della storia di Sadako Sasaki,bambina di Hiroshima che perse la vita all'età di 12 anni in seguito ad una leucemia fulminante provocata dalla bomba atomica. Mentre stava in ospedale le venne raccontata un'antica leggenda giapponese che recitava così: "a chi avrebbe piegato mille gru di carta ogni desiderio verrà esaudito".
Sasaki ne piegò oltre mille e più prima di morire.
"Io scriverò pace sulle tue ali e tu volerai in tutto il mondo"

Allo Yume Ramen non si può entrare semplicemente perché si ha bisogno di mangiare: si deve essere spinti da una fame differente: una fame ludica e mistica che porta a credere nell'esperienza che si sta per ricevere allineandosi con le giuste energie del posto.

Lascio Yume Ramen con la voglia di tornare a peregrinare in questo tempio del Gusto, credendo nella Predestinazione.
Conobbi Yume Ramen prima ancora della sua apertura, in Estate, durante quella che sembrava una normale notte di lavoro ad Ibiza, la mia isola di sogni.
Ma non per questo non ne ho altri da desiderare: che il mio sogno possa essere d'aiuto ad altre persone come a me son serviti i loro.
Grazie Cristina e grazie a tutto lo staff di Yume.
Simone Fusion in arte Tagliatella Tonic.





venerdì 26 ottobre 2018

DE GUSTIBUS NON DISPUTANDUM EST: LA CARNE DI CANE


Attenendomi all'allarmante messaggio web divulgato dal cuoco italiano domiciliato in Svezia, anche l'Europa sta allargando le sue frontiere al consumo di carne di cane. Tutto ciò, anche se è stato in breve tempo SMENTITO e rivendicato come BUFALA, ha acceso in me la curiosità di documentarmi su questo inusuale modo di alimentarsi.


Pratica orrenda vista dagli occhi di noi Occidentali che rabbrividiamo solo al pensiero di ritrovarci il proprio Fido in uno spiedo piuttosto che al guinzaglio.
Tralasciando i sentimenti (poiché io stesso non mi sognerei mai di mangiare il mio Chiuaua in salmì o magari allo spiedo) andiamo a ricercare le origini di questa tradizione millenaria.

Un tempo, in Oriente, vi era il credo che, consumando carne di cane a tavola, i legami di amicizia si potessero cementare indissolubilmente rafforzando di conseguenza i legami tra i soldati negli eserciti poiché si sa, il "cane è il miglior amico dell'uomo".
Veniva utilizzato anche dagli uomini per migliorare le prestazioni sessuali, ma niente di tutto ciò è veritiero e scientificamente provato. In una nota intervista il Dott.Viet, anziano medico di guerra nonchè profondo conoscitore delle tradizioni vietnamite (poichè il Vietnam fu sotto dominio cinese per più di mille anni) argomenta il suo Sì al consumo di carne canina: "Io mangio il cane perché è la carne più proteica in assoluto, è a bassissimo contenuto di grassi ed è ottima per l'aumento della massa muscolare: è consigliato nelle diete per gli atleti agonistici e attenzione, "SI SPOSA BENE CON IL VINO".




La carne di cane fa parte della tradizione culinaria cinese fin dai tempi di Confucio,551 A.C. e il suo consumo nasceva da una scarsità di alimenti sul territorio nazionale.
Il cane, in Estremo Oriente, viene perlopiù cucinato in umido, come uno spezzatino nostrano. In Indocina (Vietnam, Laos e Cambogia) il cane viene grigliato e servito dentro una baguette fresca di forno oppure laccato e messo sul girarrosto come le anitre ed i polli. (clicca il link se sei curioso: libero arbitrio)




Nei due paesi che, con il Vietnam, compongono l'Indocina il cane viene solitamente usato come alimento esclusivamente dalle minoranze etniche di origine Vietnamita o Cinese. I Laos ed i Khmer raramente arrivano a mangiare i cani, anche se mangiano di tutto, dalle tarme ai serpenti. 

I cani utilizzati nel Vietnam, Laos e Cambogia per uso alimentare sono rigorosamente randagi (o rubati) e devono essere esclusivamente di pelo nero per le asserite proprietà afrodisiache-mediche dei cani scuri di media taglia. 

Analogo discorso in Cina, dove però esistono molti allevamenti e dove le "specialità " non sono rappresentate esclusivamente dai cani di pelo scuro e grossa taglia. 
In Cina il cane viene cucinato solamente durante i mesi invernali. 

Ad Hong Kong e Macao il cane viene servito solamente in pochissimi ristoranti "underground, ed in Malaysia e Singapore, dove esistono grandi comunità di Cinesi, e' proibito cucinare il cane. In Thailandia il cane si poteva mangiare sino agli anni '80 in qualche ristorantino di Chiang Rai e dintorni.

Nelle Filippine il cane si cucina in alcune zone, tutte a nord di Cebu (a sud ci sono i Mussulmani, per i quali il cane, allo stesso modo del maiale, e' considerato un animale immondo) e nel sobborgo della capitale Manila, Quezon City, che ospita un buon numero di residenti di origini cinesi. 

In Corea del Sud il cane oramai finisce poco sulle tavole, se escludiamo qualche località di campagna dove e' ancora abbastanza popolare. Mi sembra strano che siano stati abbattuti un milione e mezzo di questi animali lo scorso anno...l' utente che afferma ciò potrebbe confondersi con la Corea del Nord, dove mangiano anche ratti e serpenti. 

Infine, vorrai sapere come e' il cane, buono o cattivo, saporito o meno, non e' vero? 
Il migliore? Nella zona di Canton, in Cina. 

Provare per credere: DE GUSTIBUS NON DISPUTANDUM EST.

P.S_ Questo articolo è stato scritto solo a scopo informativo e didattico per ampliare le menti degli australopitechi che si mescolano tra noi e non vuole prendere nessuna contro-presa di posizione rispetto alle battaglie animaliste che da anni vanno avanti per fermare questa pratica.

                                                      PERO'... C'E' UN PERO' !

Dato che noi esseri umani siamo dotati di intelligenza e raziocinio voglio lasciarvi però appesi a questa riflessione:

Al Sud Italia c'è una forte tradizione di consumo di carne di cavallo, eppure non credo che nessun fantino abbia mai mangiato carne equina, così come non mi sovviene che un Indiano abbia mai mangiato una mucca.

DUNQUE, CHI E' REALMENTE LO STRANO?! 


venerdì 19 ottobre 2018

RICOMINCIO DA UN PIATTO DI CRUDI: I GIARDINI DI GIADA


Non avevo programmato nulla ieri sera per cena, ma una cosa era ben chiara nella mia mente: volevo svagarmi, uscire, parlare ed ascoltare voci nuove, perdermi col cervello in torpiloqui più o meno profondi, gettandomi in pasto alla gente giusta (quella che dico io).
La perdita di mio padre la settimana scorsa aveva fermato tutto, congelando i miei pensieri professionali, lasciando spazio solo alla tristezza, alla mancanza e ad un famelico - "inolvidabile" senso di fame perenne.

Per non incappare nella sindrome da stress post- traumatico decido allora assecondare il mio bisogno di nutrirmi come "Maramao perché sei morto" si quello della filastrocca, che "pane e vin non gli mancava, l'insalata era nell'orto, Maramao perché sei morto", organizzando una sorta di"U cuonz", l'ennesima cena di consolazione.
Una delle frasi recitate da mio padre negli ultimi giorni prima di morire fu "Che fame che ho!": tutto ciò ha scaturito in me la volontà di fargli trovare la pace dentro il mio stomaco (è possibile, lo dice l'antropologo Scozzese Jeorge Frazer).

Questa tremenda voglia di convivio non mi spinse verso vette culinarie irraggiungibili ricche di aspettative, ci accontentammo (o meglio credemmo di accontentarci non di stupirci) del Giardino di Giada, e di Yu, rinomato oste cinese con accento incantevolmente dialettale ma con professionalità gentile.
Conoscevo già questo ristorante da tempo ma ieri sera, a differenza di altre, feci di tutto affinché mi dessero la benedizione unanime di andare a mangiare del sushi. Non ci misi molto a convincere il resto della tavola, e di questo Yu se ne accorse immediatamente trasformandosi in una sorta di Confucio cinese, dall'alto dei suoi 26 anni.
Ordinai un'alga Wakame e un piatto di Sashimi che da li a poco si rivelò meraviglia: Yu aveva delle Ostriche fin de clair. "Cazzo, aggiunsi io, non è possibile!"Ora ditemi quanti di voi hanno visto Ostriche in un ristorante Cino-Giappo.
"Quante ne vuoi?" mi domandò Yu. 
"Portane un secchio" risposi io. 
Yu sorrise e optò per due, scelta saggia ed onesta per il mio conto. 
"E da bere?"
Alla mia richiesta di un Gin & Tonic, Yu indicò il bancone accompagnandomi con la gestualità di un Samurai, sfoderò un coltello, un limone e tirò fuori una busta di ghiaccio dal nulla...
"Fattelo da solo, vieni al bancone"
Era come se ancora una volta, volesse farmi un regalo inconscio. Il mio bisogno di distrarmi, di lavorare, di ricominciare ad impegnarmi lui l'aveva percepito.
Aggiunsi al gin delle gocce di Soia e una crustas di Wasabi per restare in tema colorando il tutto con una buccia di limone che stranamente odorava di Timo.
Mi sedetti di nuovo, continuando ininterrottamente a ciarlare.
Ad ogni boccone di pesce crudo, aumentarono le intensità degli argomenti proporzionalmente all'udito di Yu che diventava sempre più sopraffino.
Le parole si cosparsero in mezzo a quel piatto di crudi: per ogni tipo di pesce che afferravo con le bacchette e posavo sulle labbra si delineò un argomento diverso.
Fu quando iniziai a succhiare le teste di gambero che affiorò la fatidica domanda: "Hai voglia di parlare un po' di tuo padre?" Avevo parlato di tutto illustrando dettagliatamente gli ultimi anni della mia vita italo-ibicenca.

Da lì a 5 minuti Yu, che faceva finta di asciugare bicchieri, ruppe il silenzio e si inserì nel discorso avendo oramai ascoltato oramai tutta la lista delle cruditè della mia vita.

"Non puoi più aspettare, adesso devi sfruttare questo dolore, hai 30 anni ed è ora di diventare qualcuno, tu devi diventare famoso",disse.
 Prima che dovettero allargare le pareti del ristorante e rompere il tetto per far spazio al mio ego che nel frattempo aveva risorto gamberi, tonni rossi, squali balena e pesci martello mi tremarono le gote dopo aver ricevuto "sto schiaffone di vita" da un estraneo.
In quel momento capii allora il motivo per il quale i miei sesti sensi avessero insistito tanto per portarmi lì.
Una cena a volte non è solo una cena. E' un messaggio del destino, un'incrocio di vite e di esperienze, di parole al vento o di carezze di vita.
Conto ottimo: 32 euro! Onesto e per nulla lucroso: una seduta da uno psicoterapeuta mi sarebbe costata almeno il doppio.
Ci salutammo tra un Sakè e un biscotto della fortuna che testimoniò la magia di tutta la sera in una frase:



E dopo aver percorso questo viaggio Tizianesco che sembra un po' assomigliare a quelli che racconta Terzani in "Un indovino mi disse" ricomincio così, da un messaggio dentro un dolcetto e da un piatto di crudi, mi offro un bel premio, accetto offerte e vado avanti.

Grazie Yu, grazie Giardini di Giada, no tu NON SEI UN "ALL U CAN EAT... MA UN ALL U CAN DREAM".












mercoledì 14 marzo 2018

Il CLIENTE NON HA SEMPRE RAGIONE


"Il mio voto potrebbe ribaltare la classifica"

Non appena accendiamo il televisore siamo, ad ogni ora, e ripeto...ad ogni ora della giornata catapultati in qualche convivio gastronomico fatto di cucine a vista, ristoratori in crisi o ristoranti da incubo che hanno bisogno di essere stravolti o giudicati per mano di note superstar della pastasciutta che secondo un'ascesi mediatica, risalgono i canali del telecomando dall' 1 all'infinito.

Nel frattempo la famigliola riunita dal fancazzismo pre-digestione, è seduta sul divano e segue attentamente la critica dei giudici che, in riunione al completo, danno voti sul convivio, sulla presentazione dei piatti, sulla location e sul servizio. I figli adolescenti intanto, gettano un occhio al cellulare, il padre si fuma la sua bella sigaretta e nel frattempo sfoglia il giornale mentre la madre totalmente catapultata nella trasmissione, cerca di carpire i segreti della preparazione del pomodorino confìt.
Immaginando un'ipotetica situazione del genere voglio far leva sull'esposizione mediatica a cui sono esposti i quattro soggetti: il messaggio verrà assimilato in maniera differente dagli stessi ma passerà comunque creando delle vere e proprie illusioni nelle loro menti e darà vita a quella sindrome che noi tutti oggi conosciamo come "sindrome da food-blogger".
La famiglia non è abituata ad uscire fuori a cena e non ne sa pressoché nulla delle esperienze sensoriali che devono essere tenute in considerazione quando si varca la soia di un vero ristorante.

Non conoscono molto spiccatamente gli spazi e le sensibilità dei veri chef, né tanto meno possono immaginarsi che esistono dei luoghi in cui l'arte passa dalla porta sul retro per raggiungere le portate, influenzandoli o magari rivedendo la visione popolare per la quale fino a quel momento la cucina della nonna è stata per anni l'unico metro di paragone.

Una sera qualunque entreranno in un ristorante e si sentiranno sicuramente legittimati a prendersi il loro momento di notorietà travestendosi da gourmand, magari ricorrendo alla più grande piaga d'Egitto della ristorazione: TripAdv...sor.

Scriveranno recensioni senza cognizione di causa, daranno valutazioni sul conto, non pensando alle materie prime e alle ore di lavoro che si nascondono dietro ad una pasta fatta in casa.
Giudicheranno spietati senza un minimo di cultura gastronomica in merito, useranno le loro abilità nel food-shooting solo perché possiedono una buona fotocamera e senza accorgersene, creeranno un danno enorme per aver regalato un "pallino" in più o in meno a chi non se la meritava affatto.
Esprimeranno un giudizio insindacabile su una pasta preconfezionata secondo il "personal-pensamiento" totalmente errato, con quell'atteggiamento trafugatore e scontato che li ha resi critici gastronomici solamente standosene seduti sul sofà.

Bisognerebbe essere oramai in grado di distinguere al giorno d'oggi il fabbisogno primario di cibo e l' esperienza sensoriale a cui si va incontro e ahimè, pare che questa enorme differenza, vada ogni giorno sempre di più appiattendosi.

Che fine farà dunque, usando l'esempio tra gli esempi, il coraggio di Massimo Bottura



chef pluri-stellato che ha dato vita ad una nuova corrente di cuochi emozionali, che ha deciso di rompere i legami con la tradizione osando dall'alto e potendosi permettere di camminare come un "piccione sul cornicione".
Dove andranno a finire gli errori di una portata caduta a terra traendone il giusto beneficio dal destino, reinventando e manipolando il caos in un perfetto ordine gustativo?
Quando la smetteremo dunque di sentirci tuttologi del gusto senza forchette in mano solo perché siamo in grado di trangugiare l'intero piattino del pane attendendo l'antipasto?!

Ci meriteremo dunque di fare la fine del colonnello di Gabriel Garcia Marquez quando, nell'ultima gara del proprio gallo da combattimento prima di morire di fame la moglie gli chiese:" E nel frattempo cosa mangiamo, afferrandolo per la maglia scuotendolo energicamente.
"Dimmi cosa mangiamo!"
Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni, minuto per minuto per giungere a quel momento.
Si sentì puro, esplicito, invincibile nell'istante in cui rispose: "MERDA".











venerdì 9 febbraio 2018

C'ERA UNA VOLTA UN GINEPRO (SECONDO CAPITOLO)


Vi sareste mai sognati di spiegare la storia della nascita del Gin e del Gin & Tonic ad un bambino?
Questo non vuol'essere un atto perverso di persuasione o di incitamento verso l'alcolismo ma può essere e dev'essere soltanto una storia per grandi e piccini che FACILITI qualsiasi mamma e papà a trascorrere un momento di familiarità davanti ad un aperitivo.


C'ERA UNA VOLTA UN GINEPRO
(SECONDO CAPITOLO)


...Quella notte, i sogni di Ginepro furono così vividi e realistici che non si limitarono ad essere solamente tali, ma piuttosto divennero delle vere e proprie esperienze mistiche.
Sognò strani contenitori trasparenti di diverse dimensioni, strumenti lunghi e affusolati generati a spirale, strani laghi ghiacciati e freddi come l'inverno in cui poteva tuffarsi  Danzò circondato da  milioni di allegre bollicine che fluttuavano libere attorno al suo corpo metamorfico provocandogli il solletico.
Ginepro rise così a crepapelle nel sonno che le sue foglie furono scosse a tal punto da provocare una nube così profumata e intensa che raggiunse l'intero villaggio. Si imbucò sotto le porte delle case già chiuse e incatenate per la notte, oltrepassò le finestre delle camere da letto allietando le carezze degli amanti, bruciò nei camini accesi fondendosi con l'aroma legnoso di un fuoco umido.

Era oramai passata la mezzanotte da qualche minuto e poche luci erano rimaste accese in città: le osterie avevano chiuso i battenti agli ubriaconi che sostavano imperterriti sulle panchine all'esterno elemosinando prepotentemente l'ultima birra. Anch'essi furono raggiunti dalla nube invisibile di profumo intenso che, per qualche istante, riuscì a saziare le loro bocche assetate percorrendo le narici.

Nel frattempo, nel dormitorio dell'Università di Leiden, la fiamma debole di una vecchia lampada ad olio illuminava ancora una scrivania malandata piena di scartoffie e scritti alchemici.

Il dottor Sylvius, col capo chino sui numerosi appunti sbafati di inchiostro, non riusciva a darsi pace. Preso dalla frenesia delle idee e dall'impeto della creazione, passò ripetutamente le mani tra i capelli come a cercar di placare l'insopportabile lotta celebrale notturna.

Da buon pioniere della medicina dell'epoca quale era, stava portando avanti uno studio sulle proprietà curative delle piante, in particolar modo concentrandosi su quelle che avrebbero potuto portar benefici a livello cardio-circolatorio nel minor tempo possibile ai numerosi pazienti affetti da quel tipo di patologia.

Francois de la Boe,che per tutti era Sylvius, stremato dalla giostra di pensieri che vorticosamente gli giravano nel cervello cedette finalmente alla stanchezza e, adagiando il capo spalmato tra le carte e le scritture, si abbandonò in un sonno profondo.
La nube profumata, che ancora si aggirava malandrina per la città, entrò prepotentemente anche nelle stanze del dottore, scardinando gli infissi ma nello stesso tempo i suoi pensieri che, come per magia, divennero magici e premonitori.

Quella notte, i sogni di Sylvius, furono così vividi e realistici che non si limitarono ad essere solamente tali, ma si fusero con quelli di Ginepro.
Sognò una pianta forte, robusta e dalle foglie pungenti, cosparsa da moltissime bacche blu con le quali poteva guarire i suoi numerosi pazienti il cui sangue finalmente scorreva libero nelle arterie.
Francois sorrise così compiaciuto nel sonno, che la nube profumata, si arricchì della sua felicità e rientrò al mittente pregna di buoni propositi.








giovedì 1 febbraio 2018

UN GIN PER ADULTI, UNA FAVOLA PER BAMBINI: PRIMO CAPITOLO

Cari lettori, con questo nuovo articolo ci collegheremo allo scalpore suscitato la scorsa settimana dal post "L'ANGOSTURA LA METTO DOVE VOGLIO".
Nell'articolo precedente sono state evidenziate le varie proprietà dell'Angostura, la storia che pochi conoscono e l'utilizzo del bitter più comune per eccellenza nel Gin Tonic.
Questa settimana Tagliatella Tonic rafforzerà la sua tesi portandovi a fare un giro nella storia del Gin&Tonic, riscoprendone le origini storiche ma facendolo in una nota di amore, dolcezza e blasfemia.
Seguitemi e vi assicuro che, a lettura finita, questo weekend  (soprattutto coi mali di stagione che ne competono) vi vedrò appollaiati al bancone col vostro bicchiere in mano, mentre le vostre papille gustative richiedono un fresco, sgorgante, impellente bisogno di Ginepro liquido allietando i vostri cuccioli con l'inizio di UNA FAVOLA PER BAMBINI.


C'ERA UNA VOLTA UN GINEPRO
(primo capitolo)


C'era una volta "Jenever" e c'era una volta un tempo molto, molto lontano. Jenever era una bella,folta  e robusta pianta radicata in una terra di marinai e pirati, di conquistatori e viaggiatori: una paese chiamata Olanda.
Figlio di Madre Terra, viveva piantato nel Bosco di Leiden circondato dagli amici Pino e Abete. C'era pure Rosa Selvatica, Fungo Porcino e Castagno a fargli compagnia e tutti, ma proprio tutti, lo chiamavano Ginepro.
Ginepro aveva molti fratelli sparsi per tutto il Mondo: era una pianta comune e potente, che cresceva a dismisura molto più di tanti altri amati cugini. Aveva foglie più o meno appuntite, rami robusti e molte bacche blu, con le quali nutriva numerosi animaletti della foresta.
Ma Ginepro non era per nulla felice, anzi, si annoiava a morte. Se ne stava lì, appollaiato, immobile con le radici piantate a terra, aspettando le stagioni passare.
Quando Madre Natura lo vedeva triste, imbronciato a rami conserti, lo accarezzava con tutta la dolcezza che aveva, iniziando a ripetergli queste parole: "Jenever, mio caro, non preoccuparti, tu sei un figlio molto speciale: farai grandi cose nella tua vita non appena gli umani scopriranno quanto sei importante per loro. Devi solo avere pazienza, io so che un giorno qualcuno si accorgerà di te. Tu sei Aromatico e Magico, non dimenticarlo"
Ginepro però non capiva a cosa si riferisse Madre Natura, e iniziava così a controbattere sofferente e lagnante (nulla di diverso dai lamenti dei bambini di oggi quando l'etichetta del maglioncino comincia a dare prurito sul collo):
"Ma Mamma, sai quanto mi pesano tutte queste bacche addosso?! Mi danno un prurito enorme! Gli uccellini non ce la fanno a mangiarle tutte, prima o poi mi verrà una scoliosi!"
Per dare tregua ai lamenti, Madre Natura soffiava un po' di vento d' alito materno così che le bacche, pian piano, iniziavano a staccarsi e cadere alleviando le pene del figlio nervoso. Ginepro si rilassava dondolando, addormentandosi cullato tra le note di una Ninnananna.
"Jenever, la mamma ti promette che un giorno qualcuno si accorgerà di te". Tu non devi fare altro che impegnarti a profumare tantissimo."
Un'altra giornata nel Bosco stava volgendo al termine. Gli ultimi raggi del Sole si dividevano tra le foglie del Grande Noce mentre l'aria impregnata di Muschio e sottobosco si faceva fredda e rarefatta.
Mentre Ginepro caduto in un sonno profondo, sognava alambicchi di rame e scivoli acquatici di correnti di vapore, da lontano i fuochi della città erano già accesi e la Birra cominciava a scorrere a fiumi nelle Osterie di Paese, alleviando le fatiche di una giornata di lavoro.

Seguite la storia su www.tagliatellatonic.it.

martedì 23 gennaio 2018

L'ANGOSTURA LA METTO DOVE VOGLIO



Quando chiedo un Gin & Tonic con qualche goccia di Angostura spesso, chi sta dall'altro lato del bancone, mi guarda con una faccia a dir poco "sconvolta" e interdetta mentre il mio sguardo compiaciuto e il sorriso che generalmente mi contraddistinguono rimangono invariati. Me ne sto lì, appoggiato al bancone del bar aspettando che il presuntuoso di turno abbia finito di sbuffare, ridacchiare o addirittura chiederti "perché?" (come se avessi messo il Ketchup nella Carbonara), non accorgendosi di essere un perfetto idiota nonché ignorante in materia.


Sapete perché succede questo?
Cari amici, la colpa è solo nostra. Mi rivolgo a NOI barman, esperti del settore, convogliati in tradizioni sbagliate per giunta rese un "must" che puzza di stantio e vecchio (come la moda dell'Angelo Azzurro negli anni '90, per dire).
Così vale per l'Angostura nel Negroni: "Eh ma nel Negroni ci stà..", ti rispondono.
Spiegatemi dunque perché un qualsiasi ALTRO bitter in un distillato pieno di botaniche come il Gin è ammesso e l'Angostura no!?

Sono mesi che mi tengo dentro questo "fardello" professionale per cui ho deciso di dedicargli una pagina del mio blog per ISTRUIRE i fantomatici barman "pieni di se"e chiudergli la bocca per sempre.
Se poi esistesse pure un tribunale dell'inquisizione, potrei provvedere a richiedere la condanna adatta: il taglio dei pollici opponibili in modo da non permettergli più di afferrare un barspoon nella loro vita.

Troppo Cattivo? Prorompente? Ironico?

E'arrivato il momento di fare un po' di cultura: andiamo a vedere perché:

Il nome ANGOSTURA, deriva dallo spagnolo "Angosto", stretto nel senso nautico del termine e prende il nome dalla città venezuelana dove si era insidiato il Dottor Siegert, inventore indiscusso del fantastico bitter.

Jhoann Siegert, noto medico militare prussiano venne ingaggiato nell'Armata di Liberazione di Simon Bolivar, fondatore dello stato del Venezuela; fu così che iniziò a curare i soldati colpiti da febbre e problemi intestinali miscelando le virtù delle piante tropicali.

Nel 1824 sviluppò il suo bitter (amaro) per stimolare l'appetito e la digestione dei soldati ammalati.
Infatti per definizione l'Angostura è un bitter aromatizzato principalmente da chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, arance amare e china infuse in una miscela alcolica di circa 45 gradi resa più amorevole da acqua e zucchero in parti uguali.
Da quel preciso istante tutti i marinai sofferenti di malanni dovuti alle lunghe navigazioni si curarono con il portentoso bitter e ne portarono con se una scorta per il viaggio di ritorno.
Fu così che l'Angostura divenne famosa in tutto il Mondo. Il fantastico bitter è usato in particolar modo per aromatizzare distillati come GIN e Vodka, ma anche in gastronomia nella preparazione di salse per carne e pesce o per insaporire zuppe di verdura.


L'ANGOSTURA IN CUCINA



Come accennato In precedenza l'Angostura può essere usata in cucina, nella preparazione di piatti a base pesce, in particolar modo può essere abbinata con Gamberi e crostacei che vengono insaporiti con essa prima della cottura.
Puoi utilizzare il fantastico bitter anche in sostituzione dell'aceto balsamico nelle carni rosse o negli arrosti per dare un tocco acido al piatto ma anche nel pollo sfumato al Rum o qualche goccia nelle famigerate "penne alla vodka"  per dare un tono di carattere alla panna.

Ottima anche nei dessert, nel Babbà alla crema accompagnato con gelato alla crema o semplicemente in una macedonia di gelato e frutta.


Vi è inoltre opportuno ricordare che di "Angostura bitters" ne esistono due varianti tipiche: bitter classic e orange bitter.

Cin cin, buon appetito e studiate...come dice Sgarbi: Capre!