giovedì 21 febbraio 2019

UN PIATTO PIENO DI ..."MA"

Fino al 1997 non esistevano liberi pensatori legati al cibo. Il Mondo dei ristoranti si snodava in tre semplici categorie: vi erano clienti, guide certificate e ristoratori. Tutto a dir poco semplice, lineare e conciso.
Nessuno aveva l'ambizione né tanto meno la voglia di riportare i propri pareri gastronomici su un illibato foglio elettronico bianco, se non chi lo facesse di mestiere vero e proprio per sbarcarci il lunario.
Il cliente applicava semplicemente il libero arbitrio seguendo il più elementare dei diagrammi a blocchi: "Il ristorante mi è piaciuto? Tornerò presto, magari lo consiglierò a qualche amico".
Seconda opzione: "Il ristorante non mi è piaciuto? Non ci metterò più piede".
Non era ottemperata una terza decisione (perlomeno molto raramente) ovvero quella di esclamare pubblicamente..."Mi è piaciuto ma..."
Il "Ma", congiunzione coordinativa avversativa spesso utilizzata in contrapposizione al termine che lo precede il quale per lo più è espresso negativamente, racchiude in sé il giudizio intrinseco con il quale noi, nuovi pensatori di cibo e per il cibo, abbiamo deciso di intraprendere la strada del Giudicare Pubblicamente.
Nel "Ma" si cela il Tribunale dell'Inquisizione Gastronomica, che diede nascita ad una vera Forza di Polizia della Forchetta: competizioni di cibo, canali televisivi che parlano solo di cibo, cucine a vista e tanto, forse troppo, incommensurabile giudizio spiattellato alla mercé di furbacchioni e di idioti dal dito veloce.
Dal "Ma" noi food blogger nasciamo e nel "Ma" moriremo.

LA NASCITA DEI PRIMI "MA"

La paternità dei blog riguardanti il cibo se la contendono due nomi di cui avrete sicuramente sentito parlare: Sigrid Verbert de "Il cavoletto di Bruxelles"  nel Marzo 2005 e "Il forno" di Alberto Chinalli, di cui non riesco attualmente a trovarne traccia.
Poco dopo arriva il blog di ricette più blog che ci sia: è la volta di Giallo Zafferano, blog semplice, diretto, veloce ed essenziale, rivolto ad un pubblico di aspiranti cuochi da casa.

L'APPLICAZIONE DEL "MA" NEI SOCIAL

L'incredibile aumento della viralità di queste professioni vedono nei Social il più grande strumento di divulgazione: nascono i cosiddetti "influencer", persone influenti della comunità che riescono a dettare mode e a dettare i loro gusti; ma è l'alba anche per i"Gastro-reporter", dove io mi riconosco particolarmente: coloro che non mettono in mostra solamente le loro doti culinarie bensì investigano sugli effetti del cibo.

GLI HASHTAG: #FOODPORN


"Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma"
Ebbene si, il termine "Food porn" pare non sia stato coniato dopo l'avvento di Instagram, bensì molto prima.
Siamo nel lontano 1984 quando la critica femminista Rosalind Coward coniò per la prima volta questo termine nel suo libro "Desideri di una donna".
Rosalind per la prima volta parlò di Pornografia del cibo, riferendosi alla sensualità di un piatto cucinato in maniera estremamente impeccabile e quasi denunciando l'atto si sottomissione della donna come figura dedita alla cucina e al "fare l'amore".
Ma attenzione a non confondersi: si può parlare di Food Porn solo inerente ad un bel piatto sensuale che fa venire una gran fame. La maggior parte delle persone nei social, però, ne fa un errato uso: spesso per l'appunto il "Junk Food" (ovvero il cibo grasso, porco, spazzatura) viene scambiato per "porno" ma in realtà si tratta di una matrice gastronomica ben diversa.
Fate dunque attenzione!..Sempre che non vi piaccia essere "OUT".

foto di Jusuf Yaran

SENZA "SE" MA PIENO DI "MA": IL FOOD STORYTELLING

Da tutti quei "Ma" esclamati, sprecati, sussurati con un fil di voce, da tutte le nostre agendine piene di scritte e di appunti e dal foglio di un quaderno ad anelli scritto a matita su cui ho scritto lo scheletro di questo articolo, sempre ne escono piccole storie, e ogni qualvolta ce ne sia la possibilità, ve le stiamo qua a raccontare.
Storie che affondano le radici nei quaderni unti delle nonne, tra la ricetta segreta della Torta di Pasqua conservata come reliquia e quella del Torcolo.
Libretti vivi, scritti con una calligrafia quasi elementare ma che hanno vissuto il pregio di essere stati tramandati come reliquie e come spesso accade, ci dimentichiamo delle radici.
Quante volte, una sera davanti al camino, abbiamo sentito le nostre nonne enunciare la frase: "Quando ero piccola io la pastasciutta si mangiava così..."
Non abbiamo inventato nulla bensì stiamo traslando in 2.0 tutto quello che già prima esisteva.
Il "Food Storytelling" (ovvero raccontare storie sul cibo e con il cibo coinvolgendo emotivamente il cliente facendo leva sui sentimenti, sui ricordi e sui valori della persona interagente, raccontarsi ma anche emozionarsi) già lo conosciamo, solamente che non aveva un nome.
Tante volte ci siamo addormentati in braccio delle nostre più care signore da bambini, e tante volte la vestaglia di nonna odorava di cucinato. Tante volte la mise en place non era delle migliori, ma vuoi mettere la selezione delle cotolette fritte appena rientravi da scuola con la sigla di Dragon Ball?
Io questa la chiamo sinestesia.


mercoledì 6 febbraio 2019

LA SUGOFOBIA: I PIATTI SPORCHI DI SUGO

foto Emanuele Longo
L'essere umano per quanto considerato un essere perfetto è in realtà una macchina molle ricca di numerosi problemi. O meglio, anche se gli ingranaggi funzionano perfettamente, siamo in grado di automanometterci con una facilità disarmante.
Ognuno ha le sue fobie: c'è chi ha paura dei ragni e da qui nasce il nome di "aracnofobia"e c'è chi ha paura del cibo.
Lo spiega bene un'interessante articolo nella rubrica di Repubblica "Amica" dove pensavo avrei trovato finalmente un nome alla mia fobica riluttanza. E invece no. Non esiste. 
La "Sugofobia", non è classificabile tra le fobie conosciute.
Mi piace la parola: mi piace come suona ma non credo sia una vera e propria fobia, bensì un vero e proprio disgusto. A me più che paura, mi fa schifo.

Questo mio strano senso di disgusto credo risieda in quello che più generalmente è chiamata "Rupofobia", ovvero la paura dello sporco.
Chi soffre di Rupofobia, in Psicoanalisi, è classificato come una persona che non accetta le proprie mancanze, le proprie ombre. E' proprio con il rito della pulizia che l'affetto cerca di sbarazzarsi delle parti nascoste di sè, eliminandole (...dicono...) 
Ma nemmeno questa tecnica analisi riuscì a soddisfarmi quindi scavai più a fondo ricercando nelle parole dei grandi mistici una via luce nel buio.


Ci riuscì Darwin, ma anche un po' Freud, secondo i quali il disgusto sia una forma di difesa per mettere in guardia gli altri da un eventuale imminente pericolo di morte.
E così ritorniamo animali generando una serie di "boccacce" e "sdegno" avvalendoci della mimica facciale per avvertire il branco intorno a noi che non deve nemmeno avvicinarsi a quella cosa, altrimenti morirà.
Della teoria Darwiniana mi colpì in particolare una frase che diceva: il disgusto è frutto della socializzazione e dell'evoluzione.
Bingo!
In effetti se ci ragiono è così: credo che il mio senso di schifo per i piatti sporchi di sugo ebbe origine in tenera età durante i pranzi domenicali, quando i commensali erano molti e le nonne riempivano le orrende tinozze delle cucine rustiche al primo piano lasciando i piatti sporchi a navigare in un orrendo intruglio fatto più di avanzi e tagliatelle che di acqua corrente.
Immancabile era la spugna imbevuta che galleggiava tra i pezzi di ragù in superficie come una zattera inerme in mezzo ad un mare di cadaveri dopo un naufragio (Metafora di disgusto politico ben riuscita).
Anche le nostre nonne, come Salvini, erano parsimoniose in quanto ad acque navigabili quindi i piatti si insaponavano rigorosamente prima con l'acqua che oramai era sanguinolenta e unta come quella delle Tonnare.
Ma oggi ad alimentare ancora di più la mia voglia di vomitare ci sono gli aspiranti "social foodblogger" con le loro disgustose fotografie alle paste fatte in casa della Domenica, condite e rimestate dentro i tegami di Magamagò, doverosi di farci partecipi dei loro avanzi o delle cotolette precotte.
Sono i cugini di quelli dell'articolo precedente, che scrivono "si sboccia" nei commenti mentre sciabolano Il Prosecco di Nonna Papera.
Son quelli che fanno l'amore per noia di De Andrè, e non lo scelgono per professione ma nemmeno per passione.
Son i benpostanti che fotografano per Facebook, Twitter, Instagram (come se qualcuno glielo chiedesse per giunta) le loro orrende paste al pomodoro servite nei piatti di Maiolica a fiori blu sporchi di sugo fino al bordo.
Per non parlare delle tovaglie a trame improbabili e delle cucine alla Dario Argento: "coocking time" al Mattatoio.
Ero più ordinato io quando a 7 anni facevo le torte di lombrichi e terriccio e le spacciavo per Sacher.
Ora basta, sto per vomitare.