mercoledì 6 febbraio 2019

LA SUGOFOBIA: I PIATTI SPORCHI DI SUGO

foto Emanuele Longo
L'essere umano per quanto considerato un essere perfetto è in realtà una macchina molle ricca di numerosi problemi. O meglio, anche se gli ingranaggi funzionano perfettamente, siamo in grado di automanometterci con una facilità disarmante.
Ognuno ha le sue fobie: c'è chi ha paura dei ragni e da qui nasce il nome di "aracnofobia"e c'è chi ha paura del cibo.
Lo spiega bene un'interessante articolo nella rubrica di Repubblica "Amica" dove pensavo avrei trovato finalmente un nome alla mia fobica riluttanza. E invece no. Non esiste. 
La "Sugofobia", non è classificabile tra le fobie conosciute.
Mi piace la parola: mi piace come suona ma non credo sia una vera e propria fobia, bensì un vero e proprio disgusto. A me più che paura, mi fa schifo.

Questo mio strano senso di disgusto credo risieda in quello che più generalmente è chiamata "Rupofobia", ovvero la paura dello sporco.
Chi soffre di Rupofobia, in Psicoanalisi, è classificato come una persona che non accetta le proprie mancanze, le proprie ombre. E' proprio con il rito della pulizia che l'affetto cerca di sbarazzarsi delle parti nascoste di sè, eliminandole (...dicono...) 
Ma nemmeno questa tecnica analisi riuscì a soddisfarmi quindi scavai più a fondo ricercando nelle parole dei grandi mistici una via luce nel buio.


Ci riuscì Darwin, ma anche un po' Freud, secondo i quali il disgusto sia una forma di difesa per mettere in guardia gli altri da un eventuale imminente pericolo di morte.
E così ritorniamo animali generando una serie di "boccacce" e "sdegno" avvalendoci della mimica facciale per avvertire il branco intorno a noi che non deve nemmeno avvicinarsi a quella cosa, altrimenti morirà.
Della teoria Darwiniana mi colpì in particolare una frase che diceva: il disgusto è frutto della socializzazione e dell'evoluzione.
Bingo!
In effetti se ci ragiono è così: credo che il mio senso di schifo per i piatti sporchi di sugo ebbe origine in tenera età durante i pranzi domenicali, quando i commensali erano molti e le nonne riempivano le orrende tinozze delle cucine rustiche al primo piano lasciando i piatti sporchi a navigare in un orrendo intruglio fatto più di avanzi e tagliatelle che di acqua corrente.
Immancabile era la spugna imbevuta che galleggiava tra i pezzi di ragù in superficie come una zattera inerme in mezzo ad un mare di cadaveri dopo un naufragio (Metafora di disgusto politico ben riuscita).
Anche le nostre nonne, come Salvini, erano parsimoniose in quanto ad acque navigabili quindi i piatti si insaponavano rigorosamente prima con l'acqua che oramai era sanguinolenta e unta come quella delle Tonnare.
Ma oggi ad alimentare ancora di più la mia voglia di vomitare ci sono gli aspiranti "social foodblogger" con le loro disgustose fotografie alle paste fatte in casa della Domenica, condite e rimestate dentro i tegami di Magamagò, doverosi di farci partecipi dei loro avanzi o delle cotolette precotte.
Sono i cugini di quelli dell'articolo precedente, che scrivono "si sboccia" nei commenti mentre sciabolano Il Prosecco di Nonna Papera.
Son quelli che fanno l'amore per noia di De Andrè, e non lo scelgono per professione ma nemmeno per passione.
Son i benpostanti che fotografano per Facebook, Twitter, Instagram (come se qualcuno glielo chiedesse per giunta) le loro orrende paste al pomodoro servite nei piatti di Maiolica a fiori blu sporchi di sugo fino al bordo.
Per non parlare delle tovaglie a trame improbabili e delle cucine alla Dario Argento: "coocking time" al Mattatoio.
Ero più ordinato io quando a 7 anni facevo le torte di lombrichi e terriccio e le spacciavo per Sacher.
Ora basta, sto per vomitare. 




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