lunedì 4 gennaio 2021

LETTERA AD UN BARISTA MAI NATO: Tagliatella TO...rna




Grazie a questo stop letterario ho avuto la possibilità di conservare un Mondo parallelo ed illibato, fatto di fogli virtuali ancora bianchi e non sporcati dall'indecenza e dal dolore postumo che l "increpationes Corona vitae" ci ha riservato.

Non tutti i blocchi vengono per nuocere, e dall'inutilità che ne scaturisce si forma una sorta di protezione psicologica che al momento buono ci impone uno: "Stop" ma che non dimentica".

Tra le cose che ho perso in quest'ultimo anno vi è anche un libro. Non un libro riacquistabile, bensì un libro che avevo quasi completato. Un libro che sto cercando di recuperare pian piano e con meticolosità. Un libro di Bar, che sa di bar e per il bar...non un libro da Bar. Un racconto di situazioni affascinanti, vestite da due protagonisti senza nome ma intrisi dalle esperienze di ognuno di noi, quelle esperienze fatte di attimi e di self control scandite dal ritmo di una shakerata vigorosa a mani fredde, ma a cuore caldo.

Quest'anno abbiamo perso, chi più o chi meno abbiamo perso tutti. Abbiamo toccato la malattia e la morte così tanto da vicino che i gironi dell'inferno non fanno più paura. Anzi è agognata e richiesta quella sorta di Paradiso Musulmano dove scorre latte e miele, che con qualche goccio di buon rum potrebbe diventare un puch molto interessante, o magari una Canchancara.

Ma la cosa di cui mi accorgo più spesso esaminando i miei pensieri e quelli altri è che la cosa che ci fa più paura è il cambiamento. Quel tanto agognato cambiamento che prima o poi arriverà e sarà allora, che la verità a braccetto con la libertà verranno a galla e dovremmo essere allenati e forti per riuscire ad abbracciarlo. Non ci saranno più 3milioni di operatori di bar. Ci sarà una redistribuzione dell'operosità e degli addetti ad esso cosa che debbo ammettere, nel male, non me ne dispiace affatto.

"Sarò pronto accanto a te quando verrà il momento, quando il tempo ti restituirà quello che hai dato" recitava Paola Turci in un featuring con J-AX che puzza di anni 90: Fuck you.

Non potrebbe esserci titolo più appropriato per noi, cari colleghi. Mentre gli altri cantavano dalle finestre, noi ci prodigavamo affinché il dolore fosse lenito da due sorsi rinchiusi in una misera busta sottovuoto. Siamo andati contro le leggi, contro l'invidia, contro la voglia e la caparbietà di non fermarsi. Ricordo ancora i primi giorni di delivery quando ci cambiavamo i guanti di lattice in maniera compulsiva anche due o tre volte ogni dieci minuti, più o meno ad ogni due o tre campanelli suonati con la paura in corpo, coscienti e non di sfidare un nemico invisibile. Ma quando la porta si apriva e "loro" vedevano te, caro esperto di "psicobaristologia" erano felici anche se dieci giorni prima ti avevano lasciato inamidato e con il grembiule più cool del centro Italia ed ora si ritrovano all'uscio un Ris di Parma. Ma non era così importante: in quel momento portavi in dono la speranza, o Re Marcio.

Quello che abbiamo perduto è il silenzio. Quel silenzio che più precisamente potrebbe essere chiamato "alterazione dello stato di quiete" tra l'innumerevole caos condito e la musica ricolma di stress, ma che in un modo o nell'altro permetteva alla mente di fermare i pensieri. E lo stare chiusi in casa ci ha attivato, non disattivato. Sentendoci fin troppo riposati fisicamente, ci corichiamo ancora con troppi pensieri in testa che deformano il cuscino. Il sogno è diventato la nostra fuga. L'inconscio è diventato il nostro rifugio. E il giudizio più infimo l'arma più letale di tutti.

L'innumerevole tempo che abbiamo per pensare si è tramutato in un labirinto inespugnabile. 

"Goffredo de Marchis ha recentemente citato su La Repubblica un'intelligente iniziativa di Gianluca Nicoletti il quale ha lanciato in rete la proposta di segnalare i "locali per pensare" che ancora oggi esistono in Italia. La campagna trae spunto di ridar vita a quei contenitori di senso (bar, caffè, pub, ristoranti, club ma anche osterie ed enoteche, quei luoghi privilegiati di incontro e confronto per tanti intellettuali che nel Novecento hanno contribuito a far nascere nuove correnti di pensiero, espressioni artistiche, RIVOLUZIONE (aggiungo io) ed evoluzione sociale. 

Uomini e donne alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Ricordo che, appena arrivato a Roma alla fine degli anni Settanta, qualche volta capitavo al mattino non troppo presto al Bar Canova e vi vedevo Federico Fellini seduto al tavolo con Marcello Mastroianni che ridevano, parlavano fitto di chissà quale progetto, prendevano in giro qualcuno. Ho spesso immaginato che la Dolce Vita sia nata grazie anche a quei tavolini davanti a Piazza del Popolo, spalle al Pincio e a Caravaggio con in mano quei bicchieri di spremuta di mandarino che Federico Fellini amava (e dove, a volte, aggiungeva anche qualche buona dose di liquore)"

Ecco che, citando un paragrafo del libro "Libertà" di Paolo Crepet, la riflessione sorge spontanea: cosa saremo dopo questa grande prigionia in cui abbiamo avuto così tanto tempo per sprecare il pensiero? Riusciremo ad avere la forza finalmente di cambiare una generazione condita dal nulla e dalle continue crisi che ci hanno reso prima schiavi, poi malati ed infine poveri?

Molto spesso ci dimentichiamo di quanta Rivoluzione ci passa tra le mani bagnate ogni volta che asciughiamo una lavastoviglie e che il vapore ci scrub-ba i punti neri. Spero che, quei bicchieri tanto insaponati, un giorno possano parlare di me e della mia faccia tanto pura, quella che ogni sera mi permette con fierezza di guardarmi allo specchio e darmi la buonanotte prima di dormire.

E tu, caro lettore o caro collega, quando arriverà quel giorno in cui potrai riafferrare tra le mani una tazzina da caffè, vera, in ceramica, col piattino ed il cucchiaino inamidato e potrai condire il tuo buongiorno con un abbraccio ed un bacio sulla guancia, ricordati di questa lettera ad un barista mai nato, perché il prossimo che nascerà sarà un Rivoluzionario e tu farai parte della sua Rivoluzione poiché volente o nolente, stai inconsciamente perorando la sua causa.

Scrivo con la mia pappagalla appollaiata sul braccio. Benché abbia un cranio relativamente piccino ed insopportabile è estremamente intelligente. Forse 30 volte più piccino del nostro. Non vedo perché non potremmo provare ad esserlo più spesso anche noi, senza chiuderci in innumerevoli scuse e bazzecole travestite in esubero dalla moltitudine di filtri Instagram con cui ci modifichiamo la coscienza.

Persino Virgilio traducendo Omero tradusse "Hippos" con cavallo, ma in realtà si stava parlando di una nave fenicia. Sono 2200 anni che la gente crede che gli achei abbiano regalato un cavallo ai troiani.

Lasciamoci condizionare: la verità, quella pura e limpida un giorno salverà il Mondo. E anche il nostro.


Nessun commento:

Posta un commento